Politica

Il 12 di giugno si vota non soltanto per le elezioni comunali in più di venti comuni della Liguria, da Genova alla Spezia, passando per Chiavari, ma in tutta Italia per il referendum giustizia: 5 i quesiti su cui gli italiani sono chiamati ad esprimersi attraverso il voto. A leggere il testo di ciascun quesito, si comprende subito che la materia è molto complessa e richiede una certa preparazione sui cinque temi proposti. Per questo motivo, abbiamo chiesto a Luigi Cocchi, presidente dell'Ordine degli avvocati di Genova, e a Francesco Pinto, procuratore capo di Genova, di spiegare le ragioni per il sì o per il no. 

Ritenete che la forma del referendum sia quella adatta per queste tematiche o che per come è posto rischi di non raggiungere il quorum o che i cittadini non votino consapevolmente?

Luigi Cocchi: "Un referendum abrogativo su questioni così tecniche ha bisogno della comprensione da parte del pubblico perché non si tratta di domande secche 'aborto sì, aborto no', ma si tratta di andare a scrutinare l'impatto di queste norme. La ragione di questo referendum va trovata nel fatto che la politica non sia riuscita mai a risolvere i nodi che sono sottostanti a queste domande e tutte le riforme che sono state avviate anche l'ultimo governo su questi temi non sono mai riuscite a trovare una definizione. Il sistema referendario è l'unico modo per superare questa difficoltà politica che altrimenti continuerebbe a legiferare in questa maniera". 

Francesco Pinto: "Proprio per questo io non andrò a votare per questo referendum, dato che ritengo assolutamente impossibile riformare interi istituti, che richiederebbero invece una seria riflessione, attraverso una semplice abrogazione di una norma, che comporta una disciplina completamente diversa. Qui non si tratta di 'divorzio sì, divorzio no', 'acqua pubblica sì, acqua pubblica no', 'nucleare sì, nucleare no', per cui c'è stata una forte partecipazione. Non credo, invece, che questi referendum appassionino francamente l'opinione pubblica". 

Partiamo dal primo quesito che punta a riformare l'accesso al Consiglio superiore della Magistratura, garante dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati ordinari che ha il compito di giudicare le condotte disciplinarmente rilevanti tenute dai magistrati. Cosa succede se voto sì? E cosa se voto no?

Luigi Cocchi: "Votando sì, il sistema elettorale previsto attualmente deve essere sostituito da un altro sistema per l'ammissione dei giudici (che oggi devono raccogliere dalle 25 alle 50 firme per accedere al Consiglio superiore della Magistratura ndr). Si vogliono rimuovere alcune norme impeditive di una riforma più organica dell'ordinamento giudiziario. La commissione Luciani ha predisposto un testo che non riesce ad andare avanti, per questo ha introdotto in quel testo delle modifiche non significative quali gli inconvenienti che possono derivare dal sistema elettorale". 

Francesco Pinto: "Non bisogna neanche votare, questo è un quesito insignificante perché modificherebbe soltanto i profili di presentazione di un candidato alle elezioni del Csm. Per il sistema di adesso ci vogliono 25 firme di appoggio, togliendo questo requisito, io posso candidarmi senza avere l'appoggio neanche del mio vicino di casa. Francamente mi sembra una cosa del tutto irrilevante. L'intento sarebbe stato diverso, si sarebbe voluto addirittura pensare a delle elezioni anticostituzionali con i magistrati sorteggiati, cosa che francamente è contraria alla Costituzione. Una norma di questo genere non permette di ottenere quello che si voleva". 

Nel secondo quesito entrano in gioco i Consigli giudiziari, organismi territoriali che partecipano all'equa valutazione dei magistrati assieme al Csm. I consigli sono composti da magistrati, ma anche da membri “non togati”: avvocati e professori universitari in materie giuridiche, che però attualmente non possono votare. Cosa succede se voto sì? E cosa se voto no?

Francesco Pinto: "Se passasse il sì si darebbe nell'ambito dei consigli giudiziari la possibilità di votare sulla professionalità dei magistrati anche ai componenti avvocati e ai professori universitari. La cosa - a mio avviso - sposta di poco, dato che anche in magistratura non c'è mai l'unanimità. I consigli giudiziari sono un'espressione locale e, soprattutto in alcune sedi piuttosto calde, secondo un'opinione abbastanza diffusa, non è opportuno che avvocati che ogni giorno vengono in possibile conflitto con i magistrati possano poi dare precise indicazioni nelle valutazioni della professionalità dei singoli. Altra cosa, che però già esiste, è la segnalazione da parte del singolo avvocato a maggior ragione del Consiglio dell'Ordine di determinate situazioni, nel momento in cui il magistrato viene scrutinato". 

Luigi Cocchi: "Non si capisce tanto quale sia il problema, perché noi in realtà già partecipiamo come componenti al Consiglio giudiziario. Quello che viene negato all'avvocato è di esprimere il proprio voto. Io sono nipote di un magistrato e figlio di un avvocato, è una questione di rispetto dei rispettivi ruoli che all'interno della giurisdizione sono chiari. Non vedo nessuno scandalo, come consiglieri dell'Ordine siamo già chiamati ad esprime il nostro parere e non percepiamo questo ostacolo". 

Il terzo quesito è il più lungo e tratta della separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti. Nella loro carriera, infatti, i giudici possono passare dall'essere Pubblico Ministero per l'accusa a diventare giudicanti. Cosa succede se voto sì? E cosa se voto no?

Luigi Cocchi: "L'avvocatura che è separata su tante cose, qui è compatta. Non stiamo parlando di separazione delle carriere, ma di separazione delle funzioni: l'avvocatura non l'ha mai detto che un Pm non debba essere una magistratura e non debba godere delle medesime garanzie, ma dice che all'interno di uno Stato che ha scelto di fare il processo accusatorio e ha inserito il giusto processo con l'articolo 111 al recepimento dei principi della Cedo, il giudice deve essere il terzo imparziale tra le parti. Lo Stato quando fa le cause nel diritto civile ha l'avvocatura dello Stato, che è una magistratura anch'essa che però non è che oggi fa il giudice, domani fa il magistrato. Questo rischia di vanificare il principio della terzietà del giudice. Noi vogliamo la separazione delle funzioni". 

Francesco Pinto: "Io ritengo che sia invece formativo per un magistrato riuscire ad avere tutte le tappe possibili, io all'inizio della mia carriera ho fatto solo il giudice penale e civile. Soltanto successivamente, ho ritenuto di fare il Pubblico Ministero. Ritengo pericoloso che oggi ci sia una sclerotizzazione in entrambi i ruoli perché di fatto la gran parte dei magistrati nasce Pm e finisce la carriera Pm o nasce giudice e finisce giudice. Questo sta creando un grande impoverimento della giustizia. Anche questa volta il quesito è sbagliato perché in realtà l'obiettivo che ha l'avvocatura è la separazione delle carriere - attualmente vietata dalla costituzione perché la Costituzione prevede un unico corso. Noi parliamo soltanto di separazione di funzioni nell'ambito di unica carriera che tale rimane e quindi questo quesito oltre che inutile è anche dannoso perché non consente sostanzialmente ai magistrati un arricchimento professionale di potersi cimentare in entrambe le funzioni. I pericoli di cui parlava l'avvocato Cocchi sono già sventati dall'attuale legislazione, perché oggi una persona che vuole cambiare lo può fare soltanto in un distretto diverso rispetto a quello in cui esercita la funzione di Pm, quindi non vedo quale sia il motivo di cambiare". 

Venendo al quarto quesito, si pone invece la decisione in merito a porre o meno dei limiti agli abusi della custodia cautelare. Cosa succede se voto sì? E cosa se voto no?

Luigi Cocchi: "L'avvocatura è per sua natura garantista e noi abbiamo una stato e un ordinamento costituzionale che è fondato sulla presunzione di innocenza. Purtroppo nella nostra vita tutti quanti noi abbiamo visto tanti soggetti condannati in primo grado e assolti in Cassazione. Pensi un po' a chi ha ottenuto le misure cautelari dopo il primo grado e che poi si è visto a sentenza annullata dalla Cassazione: qual è il tipo di remunerazione economica che si può avere dall'ordinamento che possa compensare una cosa del genere? La misura cautelare non può secondo me anticipare l'esecuzione della pena".

Francesco Pinto: "In un mondo ideale quello che dice l'avvocato Cocchi è da sottoscrivere. Purtroppo non è così. La custodia cautelare è prevista per il pericolo di fuga dell'imputato, per i problemi di inquinamento delle prove e poi per il problema della pericolosità, nel senso della possibilità che l'imputato possa commettere reati dello stesso tipo nel momento in cui ci sono gravi indizi per cui li avrebbe commessi. La custodia cautelare più diffusa è per tutti i reati diciamo di carattere predatorio o di spaccio di stupefacenti: sono tutti i reati commessi quasi sempre da persone che delinquono in maniera costante ed evidentemente ci sono esigenze di prevenzione sociale che stanno alla base di questi misure. E' una scelta di carattere politico, ma si sappia che se si vota questo tipo di referendum con il sì, tutte le ragioni di prevenzione sociale del procedimento penale verrebbero meno". 

L'ultimo quesito tratta invece della legge Severino, che prevede l'incandidabilità e il divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi. Cosa succede se voto sì? E cosa se voto no?

Francesco Pinto: "Qui io sospendo il giudizio, dato che c'è un paradosso. Questa è una legge che si è data la politica: ci sono stati casi paradossali di persone spesso anche proprio in aria di mafiosità che non sono mai state rimosse da consigli comunali, regionali o dal Parlamento. Ma ad un certo punto la misura è stata talmente colma che la stessa politica ha deciso di imporre dei limiti si alla candidabilità sia alla permanenza di persone di questo genio in organismi di potere: l'azione della magistratura su questo non c'entra più niente, poiché noi abbiamo come misure di carattere interdittivo che possono essere assunte cautelarmente in corso del processo o alla fine dopo una condanna. La politica ha voluto dare una visione moralizzatrice, non si capisce perché a distanza di qualche anno bisogna cambiare tutto e fare un passo indietro". 

Luigi Cocchi: "Queste norme sono fortemente sospettate di illegittimità costituzionale ed è per questo motivo che si è voluto porre questo quesito. Non dimentichiamo che il Tribunale di Genova con una ordinanza del 2019 le ha rimesse alla Corte Costituzionale, che non le ha dichiarate non costituzionali con una sentenza che è stata molto criticata. La questione è stata nuovamente rimessa alla Corte Costituzionale che dovrà esprimersi. In realtà, all'interno dell'intento moralizzatore, vengono a delinearsi delle situazioni inique. Qui in Liguria lo sappiamo bene con il caso spese pazze. Ci sono consiglieri, condannati per 1200 euro". 

E allora riassumiamo, perché votare sì? Perché votare no o non andare a votare?

Luigi Cocchi: "Premettendo che quanto vi ho detto non è una mia opinione personale o un'opinione gli organi istituzionali dell'avvocatura ma è l'opinione degli organi politici dell'avvocatura, cioè dell'organismo congressuale forense e delle associazioni forensi. Perché sì: perché purtroppo tutte le riforme che sono partite riguardo a questi temi non hanno mai trovato una loro soluzione, tra gli esempi più recenti c'è il disegno di legge per preparato dalla ministra Cartabia sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, che non ha fatto passi avanti in Parlamento. Questi tipi di riforme, che si devono fare perché ce lo chiede la Comunità europea all'interno del Pnrr, non si riescono a fare. Per questo motivo si fa un esercizio di democrazia diretta, per poter risolvere un problema". 

Francesco Pinto: "Rifiuterò le schede elettorali perché i referendum che guardano alla funzione della magistratura sono totalmente inutili perché non riescono neanche a raggiungere, pur abrogando quelle norme, i fini che si sono prefissati. Gli altri due, invece, sarebbe dannoso se passassero. Se passa quello che riduce le possibilità di custodia cautelare, per i classici reati predatori come furti e rapine, non ci sarebbe più la possibilità di usare la custodia cautelare per evitare la reiterazione dei reati, mentre l'abrogazione della legge Severino sarebbe assolutamente a favore dei politici corrotti".