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Trent’anni fa ci eravamo convinti - con qualche fondamento - che la legge elettorale proporzionale con voti di preferenza, in vigore dal 1946 al 1993, fosse stata la causa storica di voto correntizio e clientelare, consociativismo irresponsabile, terzo debito pubblico del pianeta.

In verità non era un problema di legge elettorale, bensì del blocco di un sistema dove tra i partiti ce n’erano due che si presentavano alle urne e prendevano voti e eleggevano deputati e senatori; ma uno, il PCI, non poteva andare al governo e l’altro, il MSI, era addirittura come se non esistesse. Per assurdo, se si fossero alleati non sarebbero andati molto lontano dalla maggioranza assoluta.

Nel 1992 le inchieste giudiziarie travolsero in pochi mesi tutti i partiti di governo, curiosamente ma non troppo restarono immuni proprio i due che non erano mai stati al potere. Quindi, secondo una contestualità forse non solo cronologica, si passò al maggioritario con collegi uninominali e quota proporzionale. L’ideatore? Un certo Sergio Mattarella.

Mentre il pool di Milano disarticolava il pentapartito, lo scenario evolveva: i due partiti-fantasma cambiavano nome con relativa abiura più o meno sincera del passato, entrando alfine nel gioco politico e computazionale, mentre nasceva un partito “nuovo” che di fatto, dietro a un miliardario milanese, ricomponeva i cocci del sistema nebulizzato.

Neppure il maggioritario ha però funzionato, anche perché era stato depotenziato in partenza, visto che la quota di eletti col proporzionale era pur sempre del 25%. Quella scialuppa offerta ai notabili di partiti a corto di collegi “sicuri” si riespanse nel 2005 con la legge Calderoli, proporzionale con premio di maggioranza, otto anni dopo (con calma…) giudicata parzialmente incostituzionale e quindi inquinante di ben tre responsi elettorali. Seguirono altre due riforme, sempre ispirate alla nostalgia del proporzionale, con il capolavoro del 2017 in cui sulle macerie del renzismo sconfitto al referendum si costruiva una legge elettorale fatta apposta perché non vincesse nessuno.

Ora si parla di tornare al proporzionale puro, al termine di una lunga eclissi della politica: da oltre dieci anni l’eccezione dei governi “tecnici” degli anni Novanta è diventata regola. Gli esecutivi nascono da parto cesareo, guidati da figure estranee al procedimento elettorale di partenza o addirittura alla politica stessa, secondo una cadenza che si rispecchia nell’aumento spaventoso dell’astensionismo e nella trasformazione del ceto politico in un ibrido tra il professionismo e il gratta-e-vinci, per l’incapacità di decidere esemplificata dalle due ultime drammatiche ri-elezioni dei capi del sistema.

Dopo l’abdicazione della politica a se stessa, perché di questo si è trattato nelle ultime presidenziali, si torna a parlare di legge elettorale. E lo si fa in tempi sospetti, verso la fine della legislatura. Da troppo tempo le leggi elettorali non sono più un sistema di traduzione istituzionale della sovranità popolare nei meccanismi della democrazia rappresentativa, ma sono diventate un’arma contro gli avversari del momento, un modo di cristallizzare lo status quo e di sterilizzare le sorprese, quando non di prevenire il disdicevole inconveniente dei troppi elettori che votano “male”.

Si dovrebbe invece porre mano a una riscrittura ex novo non tanto delle regole dell’accesso al Parlamento, quanto della Costituzione stessa, redatta da un’assemblea eletta - questa sì - col proporzionale, nello stesso numero della Commissione dei 75 che scrisse la Carta repubblicana e con componenti scelti con i medesimi requisiti di idoneità all’incarico di giudice costituzionale.

E questa nuova Costituzione dovrebbe contenere le regole stabili del gioco, che non potrebbero cambiare - come ormai è prassi - quando si avvicinano le elezioni e chi ha la maggioranza vuole disputare la nuova partita ponendosi in condizione di vantaggio.

Oppure la soluzione sarebbe paradossale. Ognuno presenta in aula la sua proposta e a passare non sarebbe lo schema più votato, ma quello di minor successo. Una legge elettorale approvata “a minoranza”, insomma. E’ una provocazione, un’utopia certo. Ma sta diventando utopica anche la nostra democrazia, ormai.