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Devo ammettere che il concetto di “posto figo” espresso ieri a Genova dal ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo mi ha lasciato interdetto. Da un certo punto di vista ne comprendo la ratio e trovo anche che la ricerca di un lavoro che soddisfi e realizzi sia un obiettivo sacro che andrebbe perseguito da chiunque, però ritengo che in fondo le parole di Zangrillo siano un po' populiste, e facilone.

A maggior ragione in quanto il ragionamento del ministro era legato al piano di assunzioni della pubblica amministrazione, ove tutti sanno senza possibilità di smentita che un posto pubblico potrà essere più o meno figo ma sarà certamente fisso. E intoccabile. Per tutti gli altri la musica suona molto, molto diversa. 

Non ho mai considerato il modello americano, quello in cui il posto di lavoro è sempre appeso a un filo, come un male di per sé: però è necessario che quel sistema sia tale fino in fondo, nel mondo professionale e al di fuori da esso.

Mi spiego. Se vado in banca in Italia e chiedo un prestito la 'figaggine' del mio lavoro non rileva: gli aspetti importanti sono sempre gli stessi che valevano per i miei genitori e persino per i miei nonni, la stabilità del contratto e il reddito complessivo. Se mi presento dal direttore di filiale munito di un Co.co.co, non saranno il divertimento o la realizzazione legati al mio incarico a garantirmi l'acquisto della casa.

Al tempo stesso ciò che eviterebbe al “posto figo” di trasformarsi in un pauroso giro sulle montagne russe è la ricettività del mercato del lavoro: se Primocanale mi offrisse più soldi in cambio di minore stabilità io sarei costretto a rifiutare, perché nel malaugurato momento di un benservito sarebbe poi molto difficile trovare un altro “posto figo” in tempi ragionevoli. Al contrario, se ci fossero fior di aziende pronte a contendersi la mia professionalità non avrei alcun timore di perdere il mio posto di lavoro e di conseguenza, probabilmente, anche il sistema del credito sarebbe molto più propenso ad allentare la morsa dei criteri capestro che impediscono ai giovani d'oggi di farsi una vita.

La retorica del “posto figo” sbandierata da un ministro, in definitiva, è un po' stucchevole: a tutti piacerebbe realizzarsi nella vita ma riuscirci non è una passeggiata. Non sono la cattiva volontà o la scarsa preparazione dei giovani su cui moraleggiare a essere il freno allo sviluppo delle persone: sono piuttosto un mercato del lavoro asfittico, un livello dei salari ridicolo, un complessivo arretramento delle possibilità a rendere infelici gli italiani. Temi su cui il Governo deve riflettere al suo interno evitando le predicucce.

Infine una considerazione: la maggior parte dei lavori che sono necessari per l'ordinato e confortevole sviluppo delle società umane non sono fighi per niente. Quando vado in onda dal mio studio al ventottesimo piano sono consapevole che le fognature del grattacielo Piacentini vadano spurgate, l'immobile manutenuto, la spazzatura gestita. Date a coloro che si occupano di questo uno stipendio dignitoso, un contratto stabile, una prospettiva di crescita. Più che il lavoro, dategli modo di costruirsi una “vita figa”. Ne saranno contenti.