IL COMMENTO

Che cosa resta dei vecchi amori politici di una volta in questa cittą?

Le canzoni di Berlusconi e l'ex roccaforte rossa

26/09/2020 ore: 09.12

di Franco Manzitti

Le canzoni di Berlusconi e l'ex roccaforte rossa

 Ricordate quella bella canzone francese di Charles Trenet, che il Berlusconi prima maniera amava cantare con la sua aria gigionesca? Era intitolata: “Que reste-t- il?” , “che cosa resta?” dei nostri amori, della nostra giovinezza….solo una foto, una vecchia fotò….

Appunto “que reste e-t- il”, che cosa resta dei vecchi amori politici di una volta in questa città, in questa regione capovolta così rapidamente, diventata “totiana”, moderata, già in qualche modo post leghista, post grillina, ma sopratutto post “rossa”, la vecchia roccaforte di un partito egemone, che dettava legge sopratutto nelle sue principali città, nei centri urbani, nelle aree metropolitane, ma anche nelle valli industriali, nei suoi grandi porti, negli avamposti di una classe operaia “storica”, nelle piazze piene delle sue bandiere?

Appunto “que reste-t-il”, si chiedono gli osservatori e i cronisti in solerte analisi degli ultimi risultati elettorali, seggio per seggio, con una particolare dedizione proprio alle zone delle vieux fotò alla Charles Trenet, il Ponente genovese, la Valpolcevera, le alture dei grandi insediamenti urbani popolari il Cep, Begato, le Lavatrici, il Diamante, i quartieri una volta abitati dai lavoratori del porto, san Teodoro, Oregina.

Non resta niente, probabilmente neppure un vecchia canzone o forse, attaccata a qualche parete di una altrettanto vecchia sezione del Pci, solo una “vieux fotò” e sulla parete della mitica sala Chiamata di san Benigno, i ritratti di Marx e Lenin e dell’operaio-martire Guido Rossa. I numeri e poi le inchieste, le interviste al volo per strade e quartieri ci dicono che la rivoluzione incominciata dieci anni fa si è completata. I geni “rossi” dentro a quella vecchia roccaforte non ci sono più. Inutile che si illuda qualche vecchio militante nostalgico in cerca delle sue radici dove non ci sono più. Troverà , molti Amarcord, ma poco altro.

Il Pd, che sarebbe stato l’erede, ma che non lo è, abita altrove, spesso nei quartieri più borghesi della città, Castelletto, Albaro, Carignano, il Levante, dove il suo risultato elettorale spicca come una beffa “storica” rispetto ai bei tempi, ai vecchi amori. Nei quartieri e nelle strade della roccaforte di una volta quelli che si chiamavano “compagni” vanno a votare magari con il medaglione del Pci al collo e con il ricordo di Enrico Berlinguer nel cuore, come raccontano ai cronisti a caccia di memorie, ma poi la scheda che hanno deposto nell’urna era per Toti.

“Sono di sinistra, ma voto per il presidente uscente - rispondono nelle interviste “volanti” - perché ha lavorato bene”. Non c’è da stupirsi. Il Pd si sta già scannando sull’ultima sconfitta e non ha neppure più bisogno di ammainare le sue bandiere. I suoi leader nazionali, Andrea Orlando e Roberta Pinotti, ex ministri e oggi ai vertici del partito e del Parlamento, continuano a giustificare le alleanze che hanno prodotto l’ultimo patatrac, ma che peso hanno loro nelle ex roccaforti? Per andare in Parlamento sono stati “nominati” in collegi lontani dalla Liguria. In casa avrebbero perso malamente: non rappresentano più un popolo, ma solo le loro istanze di carriera a Roma.

Il sopravvissuto Pippo Rossetti, autodefinitosi 'l'ultimo dinosauro', dopo avere navigato a pelo d’acqua per tutta la campagna elettorale, senza mai emettere una sola bolla per il suo candidato presidente Sansa, ora, conquistata la poltrona per 87 voti sulla promettente sindaca di Masone, Katia Piccardo della new generation, emerge in superficie sparando un siluro sul vertice del suo partito che, comunque, per la terza volta lo porta in consiglio regionale con tanto di deroga concessa.

Tutto lo stato maggiore democratico è falciato dal voto. Alberto Pandolfo, il segretario provinciale, è uno dei trombati eccellenti insieme a Giovanni Lunardon , consigliere uscente e stratega da anni di sconfitte a catena, che forse tornerà a fare l’archeologo.

Il segretario regionale Simone Farello gira per la città, offrendosi come agnello sacrificale, ma avrà subito la grana di decidere chi sarà il leader di una opposizione da dividersi come gli stracci tra il suo partito deflagrato, i Cinque Stelle ridotti ai minimi termini e i brandelli della sinistra più radicale, che hanno imposto per primi la candidatura di Sansa, tirandosi poi dietro tutto il carro.

Que reste-t-il? Nulla o forse solo la speranza di una nuova generazione, quella dei sindaci o degli ex sindaci dei piccoli paesi e delle cittadine, che non entravano neppure nelle “vieux fotò”, Sant’Olcese, Bergeggi, Ventimiglia, Masone e che hanno dominato la lista Pd. Ma questi, che hanno preso il triplo dei voti dei trombati genovesi, parlano già un’altra lingua e il francese di Jacques Trenet e della sua canzone nostalgica non lo masticano proprio.