cronaca

La casa di tutti i genovesi, secondo le leggi italiane non può decidere di fare una o più spese a favore dei genovesi stessi
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La stangata dell'aumento del 20% della Tari, imposta dalla Corte dei Conti al Comune di Genova, apre un problema di funzionalità del sistema amministrativo e, mi verrebbe da dire, anche democratico. Sostiene in sostanza la Corte: i costi di gestione del servizio devono finire tutti in tariffa, secondo il principio comunitario per cui "chi inquina paga".

In punta di diritto non ci sono motivi per dubitare della decisione della magistratura contabile, che ovviamente applica delle leggi. E difatti la questione è politica. Il Comune di Genova, grazie all'amministrazione pro-tempore guidata da Marco Bucci, aveva deciso di sterilizzare l'incremento con lo stanziamento di 30 milioni a carico delle casse comunali.

La Corte dice che non si può. Cioè la casa di tutti i genovesi, secondo le leggi italiane non può decidere di fare una o più spese a favore dei genovesi stessi. Ma com'è possibile, se il Comune di Genova si mantiene anche grazie alle tasse comunali versate dai genovesi? Una risposta è: Tursi, come tutti i Comuni italiani, riceve molti denari dallo Stato - i cosiddetti "trasferimenti" - quindi non è vero che vada avanti solo con il denaro dei genovesi.

Errore. Anche i soldi che arrivano da Roma sono in quota parte dei genovesi, che pagano le tasse proprio per avere diritto a determinati servizi. E la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti rientrano fra questi servizi.

Non c'è alcun dubbio che siano stati commessi errori gravi nella conduzione di Amiu, l'azienda partecipata depositaria del servizio rifiuti. Ma sono sbagli passati sulla testa dei cittadini, i quali hanno solo assistito alle molte parole fatte dalla politica sull'argomento e, soprattutto, hanno regolarmente messo mano al portafogli. Persone e imprese che ora, in piena pandemia covid e con una crisi di governo appena aperta nella quale nessuno ci capisce niente, si dicono incapaci di sostenere la botta.

Ma c'è di più. Ha ragione il vicesindaco Pietro Picciocchi quando osserva che "il peso dell'operazione non può gravare tutto sui genovesi, visto che nella discarica di Scarpino sono confluiti, negli anni, anche i rifiuti di Comuni del Piemonte e della Lombardia". Picciocchi pone una sacrosanta questione di equità, essendo che Scarpino (100 milioni di oneri in tutta questa storia) si è saturata in minor tempo anche a causa della spazzatura "foresta".

E allora si pone un'ulteriore questione: esiste una norma che consentirebbe alla Corte dei Conti ligure di imporre il rincaro della Tari, secondo il principio comunitario "chi inquina paga", anche ai Comuni piemontesi e lombardi che hanno mandato i loro rifiuti a Genova? Se esiste non si capisce perché non venga applicata. Se non esiste, va fatta.

L'alternativa è stabilire il principio che un Comune, se vuole, può coprire direttamente certe spese di gestione evitando una stangata ai propri cittadini. Come, appunto, peraltro coi soldi dei cittadini stessi, farebbe Tursi. Solo che non può, per somma beffa. Nessuno dice alcunché, invece, sui genovesi che già pagano tanto, come tutti gli italiani, per non avere indietro servizi degni di questo nome. Mah...