CRONACA

L’archistar racconta "Atlantide" il diario di viaggio tra i suoi progetti. "Il Beaubourg? E' l'unica traccia materiale del Sessantotto"

Renzo Piano "confessa" al figlio Carlo i suoi segreti e anche i pentimenti

di Mario Paternostro

domenica 23 giugno 2019



GENOVA - Un padre e un figlio. Un padre “enorme” e un figlio che lo costringe affettuosamente, ma anche severamente a una confessione. Tutto finisce in un lungo dialogo, domande e risposte, raccolte nel corso di un vero viaggio. In mare, su una nave oceanografica, giorni e notti. Quel mare nel quale Renzo Piano nuota da decenni, un mare culturale, profondo, avvolgente, generoso, ma anche duro.

Carlo Piano, suo figlio, giornalista e scrittore, ha fatto da confessore a un padre un po’ ingombrante e lo ha messo allo scoperto, come grande professionista, costringendolo a disfarsi della sua fama e a rivelare segreti e pensieri che non aveva mai detto a nessuno. “Atlantide” con un sottotitolo “Viaggio alla ricerca della bellezza” è il libro edito da Feltrinelli che racconta tutto questo. Un viaggio vero per cercare qualcosa che non esiste, un percorso a tappe per il mondo anche a rivedere le opere che l’archistar genovese (ma a Renzo questa definizione proprio non si addice, lui che da sempre con un po’ di understatement ligustico si definisce il Geometra) ha creato.

Partenza dal porto antico di Genova, poi a Osaka dove c’è il suo aeroporto su un’isola artificiale, in Nuova Caledonia, negli Stati Uniti, a Londra e Berlino, fino al rivoluzionario Beaubourg di Parigi, fortemente voluto da Mitterrand, che sconvolse il concetto polveroso di museo, mettendo l’arte contemporanea dentro una scatola aperta di ferro e tubi. Semplicità contro retorica, democrazia contro dittatura. “Sono andato dietro ai suoi desideri – dice Carlo – E’ tutta la vita che insegue la città perfetta. Ci ha provato in mezzo al Pacifico a New York e a Berlino, ma non c’è mai riuscito. Aveva il desiderio di cercarla, di trovare il pezzo mancante e io mi sono prestato a accompagnarlo. E poi da una nave non si può fuggire e così ho potuto interrogarlo anche su argomenti di cui normalmente non parliamo. Anche dei ripensamenti e degli errori che può avere fatto nella sua lunga carriera”.

“Inevitabile partire da Genova. Un viaggio così – interviene Renzo Piano – è una metafora della vita. In realtà Carlo esprime un senso di gentile collaborazione, ma mi ha estorto delle vere confessioni. Sono stato consenziente. Un viaggio in nave è fatto nella lentezza e nel silenzio, in una dimensione diversa. In barca noi ci andiamo davvero, ci ho cresciuto i miei figli in barca. Il mare è il luogo adatto per entrare in una dimensione più lenta e riflettere. Non è stato complicato . E’ un muoversi tra progetti reali e a una certa età ti accorgi che hai fatto tante cose, ma quella giusta non l’hai ancora fatta. Tanto vale dirselo e queste sono cose che puoi dire a un figlio…”

La partenza da Genova è un gesto affettivo, ma anche legata a quello che Renzo Piano ha realizzato ridisegnando quel porto che era stato precluso per secoli ai cittadini genovesi. Un porto dove ci entravano solo navi, camalli e armatori.

“Atlantide non esiste, ma sanno che quello che conta nella vita è il viaggio. Genova era inevitabile. I genovesi sono quelli che o restano attaccati agli scogli come le patelle e viaggiano in giro per il mondo. Quella è la metafora della vita, ma alla fine a Genova ci torni sempre”.

“Il viaggiare in mare - spiega Carlo – è il momento della confessione, nelle lunghe traversate, in mare abbassi la voce e alzi lo sguardo. Quindici giorni di mare sono lunghi…”.

Il Beaubourg dopo così tanti anni, c’è qualche pentimento?

“Il pentimento e qualche rimorso e rimpianto è fatale. In mare c’è anche la macaia o il bullesumme, quando la velocità si abbassa. Il Beaubourg non l’ho mai lasciato. A Parigi ci abito di fronte e ogni volta che esco dallo studio lo vedo e ci vado spesso a pranzo, come se fosse l’osteria dove andare la domenica. Mi chiedo come mai ce lo hanno lasciato fare. Io e Richard (Rogers) con Gianfranco Franchini che ora non c’è più eravamo proprio dei ragazzacci e a quell’età puoi anche fare delle follie. Ma in quel progetto c’è stata qualche cosa in più: era appena passato il maggio del ’68 e qualcuno ha capito che era l’unica traccia tangibile del Sessantotto. Lo rappresenta fisicamente, rappresenta la ribellione a un certo mondo. Il mondo di allora vedeva nei musei luoghi lontani e polverosi fatti per le élites. Ci doveva essere una svolta e quell’edificio materializza questa svolta. “

C’è qualcosa nei tuoi lavori che vedi vicina alla perfezione?

“Ci rinuncio alla perfezione. L’architettura è una strana miscela fra società, perché rappresenta dei cambiamenti, ma anche tecnica e energia e poi c’è anche la poesia, c’è la bellezza dei luoghi con le loro magie, le luci. C’è la bellezza delle cose, non epidermica, quella profonda. Allora capisci che Atlantide è irraggiungibile”.

“Di mio padre ho scoperto che è diventato più malleabile, abbassa gli scudi e mi ha insegnato a amare il mare, anche se ci costringeva a seguirlo. Ma è un elogio della costrizione”.

Il rapporto con Genova in tutti questi anni è cambiato? (Piano ha disegnato il nuovo ponte che sostituirà il Morandi, crollato tragicamente un anno fa).

“No è un legame profondo e affettivo. Io non so se assomiglio a Genova o è Genova che assomiglia a me? Ma so che è un rapporto fisico molto importante. Genova ha un carattere forte e poi ci dà un dna fatto di sobrietà. Genova sei tu”.

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