CRONACA

Le motivazioni sull'interdizione di 10 persone legate a Spea

Ponte Morandi, il Riesame: "Volontà di risparmio sulla manutenzione dei viadotti"

martedì 03 dicembre 2019
Ponte Morandi, il Riesame:

GENOVA - "Autostrade per l'Italia e Spea, legate al gruppo Atlantia e pertanto ai medesimi interessi della società controllante, paiono proiettati a una logica di risparmio sui costi di manutenzione per trasmettere l'immagine di efficienza della rete, evitando sia impegnativi interventi di manutenzione sia drastiche decisioni dell'organo pubblico di controllo, come la chiusura di tratti autostradali". Lo scrivono i giudici del Tribunale del Riesame nelle motivazioni che, a novembre, avevano accolto la richiesta della procura di Genova di interdire 10 tra tecnici e dipendenti dalla professione, nell'ambito dell'inchiesta sui falsi report su alcuni viadotti, indagine costola di quella principale aperta sul crollo di Ponte Morandi a Genova.

"Le condotte contestate, di totale consapevole adesione agli scopi del gruppo, si inseriscono nella emersa tendenza a permeare la gestione dell'attività di sorveglianza e di manutenzione da parte di Aspi tramite la controllata Spea con condotte illecite dettate da motivi di stretta convenienza commerciale", scrivono i giudici nel dispositivo. Le condotte vanno "dalla deviata qualificazione della natura degli interventi, alla disinvolta attribuzione dei voti circa i difetti delle opere ammalorate, fino alla radicale omissione di ispezioni significative finendo sostanzialmente per occultare situazioni potenzialmente e concretamente pericolose per la viabilità e la sicurezza pubblica".

L'ordinanza prosegue con motivazioni che lasciano poco spazio all'interpretazione. "Aver riportato, anzi ricopiato, nei rapporti trimestrali i medesimi difetti e voti dei verbali precedenti, accampando la giustificazione che non si poteva entrare nei cassoni, integra una condotta di falso, per di più falso estremamente pericoloso. E' stata fornita una posticcia copertura a gravissime inerzie fonte di potenziali, rilevantissimi, pericoli per la sicurezza dei trasporti e l'incolumità pubblica".

Sembra palese al collegio "che si è trattato non di mera sciatteria o generica inadeguatezza, bensì del frutto della precisa volontà per tacitare le esigenze di 'formale controllo', senza dare conto della realtà di una sostanziale diuturna omissione almeno dal 2013 dei doverosi controlli interni per la ricordata inaccessibilità delle strutture cave o, viene da dire, per l'eccessiva onerosità del ricorso ai presidi tecnici di un'appaltatrice esterna".

Secondo quanto rilevato dai giudici, "i reati sono gravi, commessi con ripetizione nel tempo, anche dopo il crollo del viadotto Polcevera, a dimostrazione dell'allarmante indifferenza al rispetto della normativa, a vantaggio di logiche e indirizzi della struttura societaria di appartenenza di cui tutti i coindagati continuano a fare parte sia pure con mansioni diverse". Di qui, la decisione di accogliere la richiesta della procura di interdizione dai pubblici uffici: "La misura richiesta pare pertanto il presidio minimo necessario al fine di scongiurare il pericolo di reiterazioni di delitti analoghi in relazione al delicatissimo tema della circolazione e dei trasporti", concludono i magistrati.

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