IL COMMENTO

Indro voleva un giornale "corsaro", teneva molto a Genova

Montanelli "genovese" a vent'anni dalla scomparsa

di Mario Paternostro

giovedě 22 luglio 2021
Montanelli

Il 22 luglio di vent’anni fa moriva a Milano Indro Montanelli. Era nato a Fucecchio nel 1909. Fu un grande giornalista e ebbe un legame molto forte con Genova. Nel 1976, infatti, dopo aver fondato Il Giornale, creò l’edizione genovese del suo quotidiano, guidata da Luigino Vassallo ex direttore del Cittadino, il quotidiano del cardinal Siri. Grazie all’aiuto del mio compagno di scuola Franco Manzitti e soprattutto di suo papà, Peppino, indimenticabile presidente (con la P maiuscola) degli Industriali, lasciai il vecchio Lavoro dove ero da alcuni anni a imparare il mestiere di giornalista e entrai nella squadra del grande Indro. Per me, nemmeno trentenne e fresco di esame di stato fu un’emozione incredibile.

Dunque, a metà degli anni Settanta, Indro Montanelli decide di lanciare un’edizione genovese. Idea giusta per fare contraltare alla giunta comunale di sinistra guidata dal socialista Fulvio Cerofolini, dopo anni di centrosinistra Dc-Psi e altri. Una svolta storica perché Genova, si diceva con enfasi “tornava a essere rossa”.

Montanelli per molti è “un bieco fascista” e il suo giornale “un foglio della destra più retriva”. Prima di essere assunto sostengo un colloquio a 360 gradi , un esame politico che mi fanno i supercapi del quotidiano milanese Gianni Granzotto con Gianni Ferrauto, alla presenza di alcuni big dell’imprenditoria locale tra i quali il coltissimo Federico Mario Boero, re dei colori. Che una volta superato l’esame come benvenuto mi manda a casa due casse di suoi libri magnificamente rilegati in bleu, con le cronache politico-amministrative di Anatole France,. Che imparassi da France come si deve fare la cronaca del consiglio comunale… A me per cominciare danno da fare la sindacale.

La sede del Giornale è al primo piano di un palazzo in via Brigata Liguria davanti al bar Cavo, allora celebre per gli aperitivi del sabato sera. Noi cronisti facciamo le notti a turno e i miei amici, il sabato sera, mentre io sto a lavorare, vanno da Cavo e mi sberleffano con il bicchiere di Cavorosso in mano. Ci tiene compagnia nelle lunghe notti solitarie, passate a fare il giro di nera, la signora che dirige la sede della Squibb che sta proprio davanti alla nostra redazione e organizza incontri tra medici. Altrimenti è l’isolamento assoluto. Faccenda che diventa più seria quando scoppia il fenomeno delle Brigate Rosse. Allora prima un po’ di scorta della polizia quando usciamo all’una passata dal portone del palazzo, poi più aumentano gli attentati a Genova (anno 1976-77), più diminuiscono gli agenti di scorta e la scorta ce la facciamo noi: se è di turno Franco all’una di notte passo a prenderlo io, se no lo fa lui con me. Serve a poco ma ci dà una finta tranquillità, quella di non essere soli. Scherzando Vassallo propone che tutte le mattine alle 6 si vada ad allenarsi al poligono di tiro, così dicendo cerca di esorcizzare la paura che c’é. Che c’è eccome e si materializza quando una notte, a uffici chiusi e vuoti, ignoti sparano contro le finestre della redazione, ma soprattutto quando il 9 maggio del 1977 Montanelli viene gambizzato a Milano. La sera prima a Genova, stessa sorte è toccata al vicedirettore del Secolo XIX, Vittorio Bruno mentre sta uscendo dalla tipografia in via Varese. A poche ore di distanza capiterà a Emilio Rossi, direttore del Tg1.

La redazione del Giornale è una strana entità: si fa tutto, i giornalisti, ma anche gli impiegati. Scriviamo, ma se serve raccogliamo le necrologie e le mandiamo a Milano utilizzando l’infotec , si chiamava così…..che allora era una macchina straordinaria e lentissima.

Per alcuni mesi fui dirottato a realizzare il giornale radio sperimentale a Radio Genova Sound, una delle prime radio libere genovesi, che lanciò uno stile moderno, d’avanguardia, Fu una delle prime insieme qualche emittente milanese a fare molta informazione oltre alla musica. Cominciavamo alle 7.30 e andavamo avanti fino alle 19.30 con notiziari aggiornati e collegamenti. Interrompevano le maratone musicali dei deejey tra i quali Dado Tedeschi che diventerà un ottimo attore di teatro e Marco Predolin che farà carriera a Radio Montecarlo. Vittorio Sirianni curava lo sport. Genova Sound era di un giovane e lungimirante imprenditore, Bepi Remondini e un nuovo modo di fare pubblicità lo inventò Maurizio Rossi (poi “costruttore” del Gruppo Primocanale) col fratello Paolo, facendo intervenire i clienti in diretta nei programmi radio, personalizzando i loro prodotti, uscendo dal cliché di una pubblicità noiosa, ingessata, ufficiale.

Trasmettevamo da un grande appartamento in un antico Palazzo di Sottoripa, con un’ampia terrazza che si affacciava sui moli del porto ancora off-limits, piena di antenne. In quel breve periodo (prima che Michele Tito mi assumesse al Decimonono) ho vissuto uno dei momenti più tragici della vita genovese, in particolare il rapimento dell’armatore Piero Costa la cui famiglia era tra gli sponsor dell’edizione genovese del foglio di Montanelli.

Vassallo faceva un giornale fortemente anticomunista e contro le giunte di sinistra che avevano conquistato Palazzo Tursi e la Provincia col comunista Elio Carocci. Ci lanciava in campagne (peraltro divertentissime e assolutamente irriverenti, ma mai offensive). Indro voleva un giornale “corsaro”, teneva molto a Genova e due volte al mese scendeva da Milano, entrava in redazione e stava a chiacchierare in particolare con noi giovani, c’erano anche Emanuele Dotto e Giuseppe Zerbini, insieme ai senior Umberto Merani e Lino Martini. Sentivo la sua figura altissima e magrissima alle spalle, mentre scrivevo sulla mia Olivetti e l’agitazione cresceva, insieme al livello della pressione. Come direbbe Paolo Villaggio, avevamo tutti la salivazione azzerata e le mani spugnose di sudore.

Montanelli era straordinario, acuto, divertente, mai saccente. Ci portava a pranzo nella vicina trattoria Bolognese dove ci abbuffavamo di tagliatelle al ragù e lui mangiava il solito sedano crudo, accompagnato da un uovo sodo. Mentre pranzava firmava autografi e riceveva postulanti e ammiratori.

Ho ritrovato il celebre giornalista molti anni dopo, nel Duemila, quando il grande direttore del Decimonono, Antonio Di Rosa, lo invitò a tenere una lezione in redazione. Ero vicedirettore e andai ad accoglierlo e restai con lui molte ore. Pranzammo all’Ippogrifo ricordando quegli anni eroici. Chiacchierò con i colleghi fino a sera. Montanelli era molto cambiato e mi diede un’intervista che fece un certo scalpore perché attaccò pesantemente Silvio Berlusconi che era stato l’editore che aveva salvato il Giornale e con il quale Indro era entrato in feroce polemica, fondando poi La Voce, quando il Cavaliere aveva deciso di scendere in politica. Era sempre, Indro, un sagace cervello, una gran bella testa. Il Giornale andava molto bene, la borghesia lo aveva adottato.

Sono molto curioso, oggi, di leggere i numerosi libri che stanno uscendo sulla figura e il ruolo di Montanelli, così contestato in questi ultimi mesi. Soprattutto quello di uno dei suoi allievi più frizzanti, Marco Travaglio direttore de Il Fatto Quotidiano (“Indro e il Novecento. Racconti e immagini”, Rizzoli). Montanelli era un conservatore, certamente, ma anarchico, impossibile da ingabbiare. Perfetto quello che di lui ha detto in queste ore il presidente Mattarella: “Non rinunciava ai toni forti anche a rischio di disorientare i propri ammiratori…rifiutava con cocciutaggine qualsiasi omologazione”. Forse qualcuno lo attacca ancora proprio per questo.



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