IL COMMENTO


Lo Spezia in serie A Ŕ un sogno che non ho mai avuto il coraggio di sognare

di Matteo Cantile

giovedý 20 agosto 2020
Lo Spezia in serie A Ŕ un sogno che non ho mai avuto il coraggio di sognare

L’unico modo per superare dignitosamente la mia “crisi da foglio bianco” è confessarla: non so e non posso scrivere un commento sull’ipotesi che questa sera lo Spezia venga promosso in serie A. Per immaginare una cosa, anche la più elevata delle utopie, è necessario definirne i contorni: bisogna, in via preliminare, ritenerla possibile. E’ necessario immedesimarsi, saggiare le conseguenze, visualizzare. Io, e me ne scuso, non ne sono capace: non ne ho mai avuto il coraggio.

La prima volta che sono entrato allo stadio Alberto Picco, in quella piccola struttura in ferro chiamata curva Piscina, era il novembre del 1988: avevo dieci anni, un cugino maggiore supertifoso e una gran voglia di vedere coi miei occhi l’oggetto dei suoi racconti. Sul campo finì 0-1 per loro, gol di un certo Angelo Aimo al minuto 5 del secondo tempo: un modo diretto per farmi capire che la vita da tifoso dello Spezia non sarebbe stata facile.

Quel campionato finì con la tragedia (sportiva) del 4 giugno 89, la nostra Waterloo: fummo sconfitti a Lucca, dopo un pomeriggio di guerriglia urbana, e la B che avevamo inseguito per tutta la stagione, sfumò. Io, a casa della nonna, con l’orecchio incollato a Radio Spezia, alla fine piansi a dirotto. Era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima.

Da allora ne ho viste, letteralmente, di tutti i colori e da tutti le angolazioni: negli anni novanta mi ero deciso a diventare un Ultras e compresi che la cosa migliore da fare fosse presenziare alle trasferte, che in quegli anni non erano tutte passeggiate eleganti. La stagione record fu la 94/95: da Modena contro il Crevalcore, al Paolo Mazza di Ferrara quattro giorni dopo la morte del povero Giuseppe Campione, fino alla sconfitta di Bologna. Passando per un’infinità di stadi piccoli e ostili, come il Cabassi di Carpi, in pieno dicembre, con una nebbia così fitta che il gol dello Spezia fummo costretti a sentirlo via radio. Tutte le trasferte, roba da uomini.

In quegli anni, e non solo in quelli, avevamo un’ossessione: “Noi vogliam la B, noi vogliamo lo Spezia in serie B (…) E’ la B che noi vogliamo, è per questo che lottiamo”. Potrei riempire un ciclostilato con i testi dei cori in cui la lettera B compare a rappresentare il sogno. Quella promozione che sembrava impossibile.

E lo era, se pensiamo a tutte le peripezie che sono state necessarie per arrivarci e a quello che arrivarci ci è costato. Ci provò per primo Mandorlini, inizio anni 2000: dalla C2 alla C1 come un’autentica corazzata, poi la C1 fino ai play off di Trieste. Ero ormai un giornalista, vissi da ‘dentro’ quella cavalcata e ancora fu una cocente delusione.

Fino a quando, qualche anno dopo, Pino Ruggieri, chiacchierato imprenditore emiliano di chiare origini calabresi, rilevò la società: portò con sé un allenatore ruspante, Antonio Soda (stupende le lezioni che m’impartiva al campo di allenamento: “Cantì, ora ti spiego una cosa tattica...”) e un gruppetto di mestieranti da spargere sul campo, impreziositi qua e là da talenti purissimi come quello, indimenticabile, di Massimiliano Guidetti. Una cavalcata spettacolare conclusa il 1 maggio 2006 a Padova: Spezia in B, Genoa costretto ai play off. Fu il mio secondo pianto, questa volta di gioia. Il nirvana.

E’ qui che la mia storia finisce. Perché quello che è successo dopo (la salvezza strappata a Torino, un fallimento, la serie D con tanto di partite raccontate alla radio in mezzo agli ultras perché gli stadi avevano una sola tribuna), l’arrivo di Volpi, e il ritorno in serie B, si è dipanato in una sorta di nuova, perfetta, normalità.

E’ vero che la squadra si è strutturata per essere una delle migliori della cadetteria, che ha quasi sempre partecipato ai play off, ed è pur vero che in serie A sono arrivate squadre con molta meno tradizione rispetto alla nostra. Però, che ci posso fare, non sono mai riuscito a immaginarmi davvero lo Spezia in trasferta a San Siro, al San Paolo, all’Olimpico. E’ come se quell’ossessione della serie B si fosse cristallizzata così fortemente nella mia anima che con la testa non riesco a guardare oltre.

Ma la squadra di quest’anno, sulla quale non avrei scommesso un euro, il suo allenatore (Vincenzo, pensa bene al tuo futuro, dai retta a me…), questa assurda situazione generale con gli stadi vuoti e le piazze strapiene, mi costringe a guardare negli occhi una sconosciuta. Mi fa sognare qualcosa che non ho mai sognato. La serie A.

E’ una cosa grande, così grande che quasi mi viene da ridere: la serie A è come l’Olimpo, un alto monte cinto da fitte nubi. Se stasera avrò l’occasione di entrarci, vi dirò com’è. Andemo fanti! 



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