cronaca

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 La riflessione piu’ bella e’ stata quella di Renzo Piano, genovese antico, uomo del Ponente, genio dell’architettura. Ha detto qualcosa molto semplice e molto affettuosa: Mi auguro che questo ponte sia amato dai genovesi. Che sia amato, che gli si voglia bene, come a un parente, a una persona cara, con cui dividiamo la nostra vita, le gioie e le sofferenze, le difficolta’ e i sogni.

Concetti cosi’ facili eppure cosi’ importanti. Un ponte , ci aveva detto l’architetto, che non invade, non ingombra, un ponte che chiede il permesso di attraversare questa vallata cosi’ oltraggiata dalla tragedia del 14 agosto 2018. Ferita con 43 morti. Lacerata. Piagata. Il ponte di Renzo Piano chiede il permesso, ma questo suo essere un oggetto educato non significa che non sia un’opera forte. Forte di acciaio, forte di pietra, forte nell’esercizio del suo compito primario: unire lo strappo nella citta’.

Piano ha sempre confessato come sia esaltante per un architetto costruire un ponte, cioe’ qualche cosa che lega, cuce. La cucitura vale per Genova oggi cosi fisicamente staccata dal reato del Paese, ma anche per l’Italia nel pieno di una gigantesca avventura di ricostruzione dopo la catastrofe della pandemia. Il “ponte educato” non e’ solo un gran bel simbolo del saper fare ligure. E’ un orgoglio italiano, che in questo momento ci serve per ribadire quanto la cultura del nostro Paese ancora puo’ valere.
Senza gridare, chiedendo il permesso ma disegnando uno futuro.