IL COMMENTO

"Che non si dica: prima dobbiamo pensare ai programmi! Balle"

Il Pd genovese è obbligato a pensare subito all'anti-Bucci

di Mario Paternostro

domenica 06 settembre 2020
Il Pd genovese è obbligato a pensare subito all'anti-Bucci

Da alcune settimane nei talk show politici di questa allucinante fine d’estate, alcuni (parecchi) personaggi fanno a gara a profetizzare, dopo l’apertura delle urne di queste regionali, la fine del governo Conte-bis, cioè dell’esperienza di governo tra Pd e Cinquestelle con l’apporto di Sinistra e degli italo-viventi, come Travaglio chiama i seguaci di Renzi.

E’ un tradizionale giochetto che ha la dop tutta italiana. Si vota per le regionali, ma le conseguenze sono sul governo nazionale. Allora perché non ci fanno votare anche per le elezioni nazionali? Si vota per un referendum, ma il risultato ricadrà anche questo sul governo. Vabbé, non c’è niente da fare. Rassegnamoci.

Quello che, a livello locale, credo sia assolutamente non rinviabile, visto l’andamento del pre-campagna elettorale del Pd, (una incredibile perdita di tempo e un distanziamento sociale colpevole) è la preparazione delle prossime elezioni comunali genovesi. Vale a dire quelle che decideranno chi sarà il sindaco di Genova dal 2022 (giugno) in poi per altri cinque anni. Un anno e mezzo passa in un baleno con quello che stiamo vivendo. Immagino già il sorrisetto malizioso e insofferente di qualcuno. Che cosa scrive questo sprovveduto? Che sarebbe il sottoscritto, sia chiaro. Il prossimo sindaco di Genova per altri cinque anni, sarà il supersindaco Bucci, ça va sens dire!

Ma il mio discorsetto è legato a un’altra questione: all’innegabile malasorte del Pd. Non tanto quello nazionale, affidato a un’ educatissima persona che mi domando ogni giorno come faccia a resistere in mezzo a una compagine di incivili e che verrà sacrificato non appena se ne presenterà l’occasione da qualche congiuretta di mediocri. Ma penso alla malasorte del Pd locale che da alcuni anni non ne azzecca una e che ha perduto in quattro e quattr’otto la Regione e il Comune di una città che era fondamentalmente “rossa”, cioè di sinistra. Mi chiedo se anche i liguri che occupano le alte stanze dei poteri romani su questo problemino hanno speso qualche riflessione. O hanno preferito seguire altri argomenti.

Questo malessere, probabilmente, deriva dal mio attuale interesse speculativo, esclusivamente culturale, di anziano a rischio continuo di lockdown mentale, nei confronti della figura di un genovese che di sinistra se ne intendeva: Palmiro Togliatti, nato poco distante dall’Albergo dei Poveri in una strada che oggi si chiama via Dino Bellucci, anno 1893.

E rinfocolato di tanto in tanto dalle meritevoli iniziative della Fondazione Ds che, proprio martedì, presenterà un libro dedicato alla storia del vecchio partito comunista (cent’anni nel 2021) con uno sconosciuto e lungo intervento di Umberto Terracini, guarda un po’ un altro genovese doc (1895). Titolo emblematico: Quando c’erano i comunisti, scritto dai colleghi Marcello Sorgi e Mario Pendinelli. E ci aggiungo anche la testimonianza di Emanuele Macaluso, direttore dell’”Unità” a Genova negli anni entusiasmanti della ricostruzione, da me raccolta qualche anno fa e utilizzata per la trasmissione Terza di Primocanale.

Ecco, provo a immaginare con difficoltà che cosa direbbero oggi questi signori e i due vecchi genovesi in particolare , al di là dell’ovvio cambiamento dei tempi, se vedessero che diavolo è successo in questi anni all’erede di quel partito, tanto da perdere così e in così poco tempo Palazzo Tursi e il resto in piazza De Ferrari. Soprattutto riducendosi al punto da non avere la capacità propositiva di imporre strategie, scelte, percorsi e nomi.

Ecco perché credo che i dirigenti del partito miracolosamente sopravvissuto nonostante tutto, cioè il Pd, avranno l’obbligo morale nei confronti degli elettori, di individuare immediatamente un candidabile con tutte le carte in regola per sfidare Marco Bucci in una competizione seria, di alto livello, di valore, certamente alternativa, infischiandosene di ipotetici alleati o contraenti-patti, finalmente in una posizione non subalterna.

E che non mi si dica per favore la solita frase di circostanza: prima dobbiamo pensare ai programmi! Balle.

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