IL COMMENTO


I novanta anni di Alfredo Biondi campione liberale che Genova non dimentica

di Franco Manzitti

mercoledý 04 luglio 2018
I novanta anni di Alfredo Biondi campione liberale che Genova non dimentica

 All'indomani di un risultato elettorale molto negativo per il Pli e per lui, chiesi una dichiarazione a Alfredo Biondi, allora deputato uscente, già grande avvocato con la passione forte per la politica e liberale in ognuno dei suoi effervescenti geni tosco-genovesi. Mi rispose spiritoso: “Vuoi una dichiarazione o una lapide?”

Biondi, che oggi compie 90 anni in una città dove si dimentica con una facilità impressionante, era così sempre, caustico, ironico, folgorante, sempre disponibile. Potevi essere il direttore del giornale o l'ultimo cronista, Alfredo ti trattava come l'interlocutore più importante.

Era arrivato da Pisa, ma nessuno come lui si era compenetrato nella mentalità genovese, senza neppure assorbirne uno dei difetti di scarsa capacità comunicativa, di ritrosia, di “peloso” understatment, di maniman strisciati e di ritrosie anche un po' maleducate.

Biondi era un grande avvocato, verrebbe da correggere, “è” un grande avvocato con il dono di una facondia da incantatore di serpenti e l'arguzia modulata dalla capacità di espressione senza limiti di modi e tempi: trascinante, effervescente, spiritoso con l'affondo anche magari un po osè, che, però, si fermava ben prima di scadere in qualche esagerazione oratoria.

I processi gli piacevano, ci si immergeva con una capacità sovrumana anche con una velocità sorprendente. Agli altri legali era necessario passare ore sul fascicolo, a Alfredo qualche volta bastava guardarlo il fascicolo per capire dove doveva picchiare la sua arringa. Processi grandi e piccoli, famosi, storici, che ci vorrebbe un pallottoliere per ricordarli: grandi fatti criminali come la difesa della Circe della ValBormida, la bella Gigliola Guerinoni, scandali politici come quello del terremoto in Friuli o la pre tangentopoli genovese-ligure dello scandalo di santo Stefano al Mare, patatrac economici come il fallimento Fassio, dove difendevaa l'armatrice in gonnella Franca Tomellini Fassio, per parlare solo di qualcuno dei processi più genovesi e culminare, magari, in quello dove pescava anche il suo humus di tifoso, la difesa del Genoa che stava sprofondando nel 2005 in serie C per illecito sportivo.

L'ingresso in aula di Alfredo Biondi è sempre stato uno spettacolo con quella toga indossata di corsa, con il suo fedelissmo alter ego, Pasquale Tonani che gli dava gli ultimi dettagli, il saluto reverente, ma sempre un po' malizioso, alla Corte o al giudice, quella corrente di simpatia che scattava, comunque, torto o ragione, quando prendeva la parola.

Aveva accenti quasi aulici, quando ricordava i suoi maestri D'Andrea, Luca Ciurlo, i grandi del foro genovese dove si era fatto largo con il suo accento pisano, senza calpestare mai nessuno con quell'aria rassicurante e , appunto, faconda e la sicurezza che non fossero bastato lo studio delle carte, le indagini, i ragionamente giuridici, Alfredo aveva sempre in canna l'ultima pallottola, la sua eloquenza nella quale l'unico rischio era che poi se ne facesse incantare troppo lui stesso, trascinato dai giochi funambolici delle parole.

Ma la vera passione di Biondi resta la politica, resta il suo essere liberale, attitudini che sono rimaste intatte anche se il suo ritiro dalla scena pubblica ha qualche anno. Come dimenticare i suoi primi comizi da liberale in quella fucina genovese, tra Durand De la Penne, eroe di guerra, sul quale era capace di battute folgoranti, Mariano Trombetta, Cassinelli, Gustavo Gamalero, quasi un fratello di mille battaglie. In gioventù (era arrivato a Genova a 17 anni) parlava da piccoli palchi cittadini, il giovane Biondi venuto da Pisa, in angoli di città, dentro ai cinema, che allora pullulavano in centro, magari prima che arrivasse Giovanni Malagodi, il segretario che avrebbe fatto il boom del Pli a metà degli anni Sessanta. E conquistava l'uditorio e il suo Pli, che un po' era come una riserva indiana, ma poi aveva fiammate improvvise di popolarità.

Un amore folle la politica che lo portò a Roma da parlamentare nove volte, da ministro che fondò niente meno che il Ministero dell'Ambiente, da ministro della Giustizia, lui super avvocato, quando Berlusconi si trovò in mutande davanti a Scalfaro che non voleva in quel dicastero Cesare Previti. E allora vai con il Biondi genovese, grande avvocato, sul quale mai un'ombra si è addensata di alcun tipo.

E in quella fornace degli otto mesi del primo Governo Berlusconi, in mezzo alla tempesta del cosidetto decreto “salva ladri”, il Biondi non aveva perso un'oncia della sua dignità di, prima di tutto, avvocato liberale. Forza Italia era diventata per lui la sponda per continuare a fare quello che amava più di ogni altra cosa: appunto fare politica, ora che Tangentopoli aveva cancellato il quadro completo della partitocrazia. Aveva scavalcato quella fase ed era rimasto in Parlamento, di più al Governo. O meglio tra il Parlamento e Genova, l'altra sua passione.

Nove legislature non sono bruscolini e quattro dalla posizione di vice presidente della Camera dove la sua fama di battutista è cresciuta insieme a quella scorza ironica, di una indeflettibilità di gestione dell'aula che solo un pisano-genovese poteva incarnare così, un po' sfottendo, un pò non facendosi mai intortare.

Avanti e indietro tra Genova, Roma e le aule in tutta Italia di mille processi, un vorticare continuo con gli atterraggi nello studio prima in via Roma, poi in via Assarotti, con un ritmo da stroncare chiunque. Con quel tocco toscano Biondi è sempre stato un genovese doc, impegnato sulle sue frontiere, nelle sue battaglie. “ Sono un anticomunista razionale “_ diceva in quei lunghi anni nei quali il governo locale, le istituzioni, erano in mano al Pci, poi trapassato nelle sue evoluzioni dopo il Muro di Berlino caduto.

Lui è sempre stato un interlocutore chiaro per la controparte politica. Come poteva essere diverso? Da Genova era partito, da quei comizi in via XX Settembre, tra il cimena Lux e il cinema Olimpia. E quando i suoi rapporti con Berlusconi e poi con il suo colonnello ligure Scajola erano un po' meno splendidi e si parlava di candidarlo altrove, Alfredo si era lanciato anche in un'operazione Comune di Genova, candidandosi a fare il sindaco in una di quelle fasi confuse della politica locale. Puro gesto di passione genovese, di messa a disposizione. Adesso uno come Alfredo Biondi manca molto: perchè era lui, perchè era un liberale vero, perchè aveva una passione politica sana, perchè era divertente e aggiungeva alla politica quella quota di ironia, causticità, perfino umorismo che oggi ci sogniamo.

L'unica consolazione è che Biondi c'è ancora, un po' barricato nella sua casa genovese, ma la sua testa è quella di sempre. Magari ci desse un segnale ogni tanto. E magari si ricordassero di lui che in queste miserie anche il ricordo è una consolazione.



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