IL COMMENTO


Farello come il giapponese Hiroo. Barricato nella segreteria del Pd

di Mario Paternostro

luned́ 12 aprile 2021
Farello come il giapponese Hiroo. Barricato nella segreteria del Pd

Sono andato a rileggermi la storia del soldato Hiroo Onoda, uno di quei soldati nipponici che non si rassegnarono alla sconfitta del Giappone, e alla fine della seconda guerra mondiale continuarono a combattere, nascosti nella giungla, contro un nemico inesistente. Nessuno li aveva avvertiti che era stata firmata la pace. Altri, invece, rifiutarono in ossequio al Bushidò, un antico codice d’onore dei samurai che mai potevano accettare una qualsivoglia resa.

L’ho riletta la sua storia per provare a capire che cosa sta accadendo nel Pd ligure e verificare se esiste qualche possibilità di confronto tra il segretario regionale Simone Farello, il plurisconfitto che resiste sulla poltrona e il luogotenente Hiroo Onoda.

No. Non c’è alcuna possibilità di paragonarli. Onoda dopo trent’anni, finalmente scoperto, consegnò le armi al presidente filippino Ferdinando Marcos finendo a allevare bovini in Sud America e scrivendo best seller.

Farello non è un samurai e fortunatamente non è armato. E’ anche simpatico e capace di autoironia. Ma ora, secondo me, sbaglia. Avvisare lo hanno avvisato in tanti, in troppi direi visti i continui disastrosi risultati. Ma non fa le valigie.

In tutto questo sostenuto da un’ improvvisa e inattesa “Alleanza Tengofamiglia” (orlandiani e ex renziani che pensano di avere stravinto, forse perché sono fortuitamente al governo grazie al terrore di una ascesa di Salvini) che, piuttosto che mollare la sedia cerca una giungla per nascondersi, si nasconde e resiste. Resiste al suo posto di segretario su un cumulo di macerie politiche senza precedenti. Non tutte per colpa sua, s’intende.

Provo a metterle insieme con difficoltà tante sono. Sconfitta alle regionali del 2015, sconfitta a Savona nel 2016, sconfitta a Genova nel 2017, imponente contributo alla sconfitta di Renzi nel 2018, risconfitta alle regionali del 2020 per assenza di idee, programmi, uomini, candidati, leader (pardon) di un povero partito asservito ai desiderata dei Cinquestelle. Che, al contrario, hanno avuto coraggio di mettere in discussione tutto e tutti. Rimangiandosi anche le origini. Per questo stanno riprendendosi. Grazie a Conte.

Nel Pd ligure mai un esame di coscienza. Mai una lettura sincera dei motivi della disfatta. Mai un tentativo di risposta alle domande degli elettori e ex elettori sempre più ex: perché la gente non ci vota più? Perché abbiamo perso tutte le nostre roccaforti? Perché non vinciamo più nelle periferie dove ci batte la Lega? Perché non siamo più di sinistra? Perché ci considerano il partito dell’establishment? Del Potere?

Mai un’analisi. Hiroo Farello deve aver imparato a memoria durante l’isolamento da pandemia, il best seller dell’amico Onoda “No Surrendeer: my thirthy-year war”.

L’ha studiato così bene che, anche di fronte a una forte e esplicita richiesta di fare le valige in vista di un congresso atteso troppo a lungo, non muove un baffo. In genere il segretario che perde si dimette e a pochi mesi da un congresso di rifondazione lascia a un direttorio composto da più voci, più idee, più punti di vista, più “sensibilità”, insomma per tradurlo in dialetto Pd, più correnti, il compito di preparare questa assise, con regole chiare e condivise, evitando il rischio banalissimo di essere poi accusato di avere manovrato, indirizzato o come diavolo volete, questo appuntamento delicato e indispensabile se non si vuole la fine.

Ma l’aspetto più inatteso è quello di Pippo Rossetti che, seppur rappresentando, i voti che lo hanno ricondotto allo scranno in Regione, una parte assai critica (Base riformista) nei confronti dei reggenti per l’eternità del partito locale, si associa a sorpresa al gruppo dei nipponici e incolla le natiche del Farello alla poltrona della segreteria con una doppia spalmata di Bostik. Eppure non sono proprio gli orlandiani con i pinottiani che gli hanno sgambettato la capogruppo Lodi a Palazzo Tursi dopo un processo sommario?

Di fronte al rischio di rendere pericolanti alcune posizioni acquisite, anche i processi sommari, a volte diventano barzellette. Intanto la corrente rivoluzionaria e chiedo scusa a Amadeo Bordiga, dei giovani amministratori (sindaci, assessori, presidenti di municipi) che hanno finalmente spinto per fare il congresso e scuotere questo partito annichilito, è stata per ora sconfitta. E lo sarà ancora se non riesce a scalzare la devastante Generazione degli under 60 o over 50 che da anni ha imbalsamato il Pd. La Generazione che è diventata all’improvviso una corrente nuova, nuovissima: la “corrente tassidermica” (tecnici preparatori di animali per musei). La corrente nata dal nulla col solo obbiettivo di congelare l’esistente, pietrificare la disfatta, incardinare i personaggi. Per aspera ad astra. Vabbé, lasciamo perdere gli astra….

A Roma c’è Letta che sta tentando con fatica e rischi di ridare un’anima al partito, spiegando che i Cinquestelle sono certamente un movimento-partito con cui sarà possibile allearsi, ma non assoggettarsi, asservirsi, solo per governare. Allearsi con precise e decise condizioni espresse, però, da un Pd volitivo che torna a occuparsi di politica e non di poltrone. Di problemi e non di presidenze. Di bisogni e non di correnti.

 



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