CRONACA

L'arcivescovo di Genova e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee

Coronavirus, card. Bagnasco: "Non Ŕ come la guerra ma ci sono macerie che rendono la sfida enorme"

di Tiziana Oberti

giovedý 26 marzo 2020



GENOVA - Tutti siamo responsabili di tutti, dobbiamo rispettare le regole, non possiamo fare i furbi. Passata l’emergenza sanitaria ci aspetta una sfida economica enorme, serve una visione d’insieme tra pubblico e privato, finanziamenti massicci che per ora non vedo. Dobbiamo tornare alla normalità con l’esperienza acquisita tenendo sempre al centro la persona. Per ripartire ci vuole la fiducia e la speranza nel futuro che avevamo dopo la Seconda Guerra Mondiale, io giocavo tra le macerie delle case, oggi non ci sono macerie fisiche ma di altra natura”.

Il cardinale Angelo Bagnasco arcivescovo di Genova e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee analizza così la situazione di emergenza che stiamo vivendo in tutto il mondo per la pandemia da Coronavirus.

È una Quaresima strana, diversa niente messe, funerali, un messaggio che la Chiesa ha voluto dare: tutti devono fare la propria parte.

Dobbiamo affrontare insieme i momenti soprattutto i momenti più difficili della vita come questo per noi personalmente e per la società. L’ assenza delle messe delle liturgie celebrative nelle nostre chiese segue questo rispetto di assoluta prudenza, nello stesso tempo però le chiese come sappiamo sono aperte e questo è un segno di speranza di fiducia che anche tante persone che si dichiarano non credenti o comunque non cristiani apprezzano così mi risulta perché è un segno importante per tutti vedere una chiesa aperta. Chi vuole passa dalla chiesa fa la sua preghiera davanti al Santissimo Sacramento, alla statua della Madonna e questo dona una consolazione. Anche la preghiera in famiglia mi risulta stia un po’ crescendo questa è una cosa molto bella che fa bene a tutti agli anziani, ai giovani, ai bambini. Poi la presenza dei nostri sacerdoti, dei parroci che si rendono vicini attraverso i mezzi di comunicazione, con il telefono questa è un'altra presenza che la gente sente con punto di riferimento che non viene meno.

Domenica scorsa ha celebrato una messa che abbiamo trasmesso su Primocanale nella chiesa dell'ospedale policlinico San Martino proprio lì nel cuore della sofferenza, un luogo simbolo per gli operatori sanitari ma anche per i malati e i familiari delle vittime. Poche ore fa anche un affidamento ai piedi della Madonna Regina Genova.

Sì ho desiderato e ho avuto le autorizzazioni necessarie per recarmi alla chiesa dell'ospedale San Martino dove eravamo solamente in tre. Era un segnale di preghiera per tanta gente: dai malati, ai familiari soprattutto delle vittime per cui abbiamo pregato e tanti, tanti medici, infermieri operatori che sono ammirevoli. Prego perché il Signore continui a dare loro la grazia per assistere con tanta dedizione i nostri malati. La supplica che abbiamo fatto ieri davanti alla statua della Madonna Regina di Genova era una supplica per tutta l'Europa e d'accordo con i miei confratelli dei vari paesi europei ci siamo dati questo appuntamento per affidare alla Madonna e alla sua intercessione proprio questo momento di grande prova ormai per tutti i paesi.

La chiesa di Genova ma non solo è impegnata in questi giorni in aiuti straordinari ma anche in aiuti quotidiani che non possono mancare soprattutto verso i più bisognosi.

Vero nelle forme possibili oggi e questo lo vedo un po' ovunque in tutta Italia vale a dire non è più possibile offrire la mensa seduti al tavolo come abbiamo sempre fatto per centinaia e centinaia di persone tutti i giorni lo abbiamo sostituito con un pasto confezionato che si può portare via questo per ovvi motivi. Nello stesso tempo le nostre parrocchie sono visitate da tante persone che vivono ancora per la strada e che in questo momento fanno doppia fatica.

Passata l'emergenza sanitaria ci sarà quella legata al lavoro all'economia: che cosa la preoccupa di più per Genova?

Ci sono due livelli: uno quello genovese che è fatto di alcune opere come la ricostruzione del viadotto sul Polcevera che sta andando avanti nonostante tutto e questo è un grande segno di speranza, di fiducia, di ripresa della città ed è un grande segno. Nello stesso tempo se guardiamo l'intero paese dove siamo anche noi e non solo l'Italia direi che la sfida sarà enorme da un punto di vista economico perché è necessaria una visione d'insieme che in questo momento non vedo per quanto riguarda il mondo del lavoro, il rapporto pubblico privato, i finanziamenti massicci direi enormi che devono essere impiegati nel lavoro che ha al centro la persona assolutamente forse da questa pandemia l'importanza della centralità della persona umana in relazione con gli altri ecco forse ne potrà uscire più a fuoco un po' meno un certo capitalismo senza regole sicuramente no al capitalismo di stato ma neanche con capitalismo sregolato il mio trovare in una visione nuova e con dei punti di equilibrio che abbiamo visto non sono quelli vincenti alla lunga.

Lei è capo dei vescovi europei il virus è arrivato e si sta diffondendo in diversi paesi può essere un aiuto il non essere soli a combattere questa battaglia?

Sì certamente e non dobbiamo dimenticarlo è un'altra sfida: tornare come prima più di prima sarebbe aver perso questo tempo, questo è il tempo che non deve essere perso dobbiamo ritornare alla normalità al tempo normale con l'esperienza che è scesa nei nostri cuori, con una saggezza in più, con una modalità diversa di affrontare la vita quotidiana. Questo tempo che è così pieno di ansie e di paure di ristrettezze giuste necessarie per la precauzione mette in evidenza l'importanza della dimensione spirituale perché l'uomo ha bisogno di risolvere i problemi materiali da tutti i punti di vista, questa è una costante della storia, però nello stesso tempo se non ha una risorsa interiore, il carattere spirituale che vuol dire guardare più in alto della terra verso il cielo, verso Dio e direi che le risorse materiali, le organizzazioni necessarie non sono sufficienti. In momenti di grande crisi, di guerre, di persecuzioni, di ideologie totalitarie abbiamo visto che questi popoli schiacciati dalla violenza, dalla presunzione, dall'ideologia nonostante avessero poco o niente di materiale avevano l'energia spirituale che li ha portati avanti fino a combattere a resistere innanzitutto per avere libertà. Questo significa, sempre nella storia, che la forza maggiore, la risorsa maggiore non sta nella materia, nelle organizzazioni, tantomeno nelle armi o nella ricchezza ma sta innanzitutto dentro il cuore dell'uomo. Io spero che questo messaggio entri nella coscienza personale ma anche della coscienza collettiva: credere che il Paradiso sia in terra e basta significa crearci delle grandi illusioni e portarci di fronte a un baratro che nella storia si è spesso ripetuto.

Tra poco più di due settimane sarà Pasqua, una Pasqua che speriamo sia unica: che messaggio vuole dare ai credenti?

Unico lo speriamo e lo vogliamo tutti. Due cose fondamentali: la prima è questa che tutti siamo responsabili di tutti e quindi non possiamo crederci superiore alle leggi e alle norme fare i furbi parlo di tutti noi naturalmente perché questo non è un segno di intelligenza e non è un segno di rispetto verso la collettività verso gli altri a cui siamo legati a doppio filo nel bene e nel male. Spero che la Pasqua ci porti a questa coscienza più grande più profonda quindi più rispettosa. Secondo non perdiamo la fiducia perché il Signore è vicino a noi: dalla morte esce la vita questa la storia di Gesù che ci anticipa nel cielo ma ci accompagna sulla terra egli è sempre con noi e vivo è accanto a noi e quindi non ci lascia soli, nessuno è solo in qualunque situazione noi siamo.

Eminenza lei è un uomo del ‘43 cresciuto giocando tra le macerie nei vicoli di Genova per ripartire dovremmo riappropriarci di quello spirito?

Sì in un certo senso sì con le debite differenze. Io non ricordo la guerra, sono nato nel 1943 ma ne ho sentito parlare da mio papà, mia mamma, dai nonni ma certamente io ho visto i frutti della guerra quindi le macerie dove da bambino giocavo. Senza conoscere in prima persona la guerra nella sua tragedia sentivo che c'era una voglia di guardare avanti, c'era una voglia di rinascere, c'era la certezza che avremmo ricostruito il futuro, di un futuro che ci veniva incontro e che era già nelle nostre mani, io vorrei che quell'aria di fiducia, di speranza, di guardare avanti si riproducesse ora, questo è possibile, pur nella diversità delle cose, e ce ne sarà bisogno perché non ci sono macerie attorno a noi ma ci sono macerie di altra natura.

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