IL COMMENTO

L'euforia nazionalista per i successi degli sportivi tricolori forse non Ŕ soltanto sportiva

Azzurro, troppo azzurro: che colore ha l'Europa?

di Stefano Rissetto

giovedý 14 ottobre 2021
Azzurro, troppo azzurro: che colore ha l'Europa?

Come i bambini - nella loro disinibita e quasi mai innocua ferocia - nominano liberi quel che vedono senza apporre filtri tra pensare e parlare; così noi italiani, in questa lunga estate aperta a Wembley con Chiellini e finita a Stoccolma col Nobel per la Fisica, ci siamo dimostrati non così europeisti come sembriamo o diciamo, o meglio come siamo tenuti a dire per quieto vivere. Semmai abbiamo dato uno sfoggio di nazionalismo come non si vedeva da decenni. Segno che nel profondo, malgrado i continui appelli e contrappelli e parole d'ordine, questi siamo e sempre saremo.

Non si dava da tempo, è vero, una serie di successi italiani così ravvicinati nel tempo, altisonanti nel mondo e non solo sportivi, pensando appunto anche a Parisi successore di Fermi e Marconi e al Leone della Giuria a Sorrentino, preannuncio del prossimo Oscar. Ma su tutto hanno fatto premio gli azzurri di Mancini e Vialli, la gragnuola di medaglie ai Giochi di Tokyo col record del mondo del quartetto ciclistico guidato da Ganna poi ancora iridato contro il tempo, Berrettini argento a Wimbledon, 22 anni dopo Tafi la Roubaix più dantesca di sempre al Cobra, fresco campione d'Europa.

Già, l'Europa. Come si concilia questa sbornia patriottica tricolore con l'incalzante esaltazione dall'alto dell'europeismo? Come riuscire a rendere compatibile l'inno di Mameli - divenuto, a scapito di Baby K ed Elettra Lamborghini, il vero tormentone estivo - con la tassativa demonizzazione di ogni tendenza culturale e politica almeno scettica, verso questo progetto altrimenti mai tentato e quindi mai riuscito nella storia dell'umanità: ovvero l'unificazione dirigistica di Stati e popoli e nazioni e territori storicamente diversi per lingua, storia, cultura e quella religione che, declassata nel Novecento al rango di patetica superstizione per vecchiette, ridiventa in altre forme dal declinante Cristianesimo il drammatico sestante del presente?

Perché tanta euforia per i successi degli italiani, se gli italiani sono, sarebbero tenuti a sentirsi prima europei e poi italiani solo per nostalgica residualità, quindi vincolati a vedere una sfumata declinazione di se stessi in quelli che invece sono stati gli acerrimi avversari sportivi di una “estate italiana” più ricca di “notti magiche” di quella del 1990, che fu una delusione enorme e che però viene tuttora rievocata come un bel film omettendone il finale? 

Il contrasto fra europeismo di maniera e nazionalismo di sentimento autentico è solo un paradosso tra i paradossi, in un'Italia dove la forza politica più stentoreamente “europeista”, il PD, è discendente diretta del PCI che era stato il solo partito alle Camere, nel 1957, a votare contro la ratifica dei Trattati di Roma, cioè contro l'Europa. Notazione che suona opportuna, in tempo di intimazioni a "fare i conti con gli errori del passato", sempre rivolte agli altri e mai a se stessi.

Se Altiero Spinelli fosse stato in tribuna a San Siro, sentendo gli italiani fischiare l'inno spagnolo, come a Londra gli inglesi avevano fischiato quello italiano, avrebbe forse capito di aver presunto troppo del prossimo e forse anche di se stesso. D'altra parte questa idea dell'unità politica europea, come tutte le idee belle da dirsi, poi diventa un bel guaio applicarla al reale. Perché il reale è brutto e le utopie sono belle, e  più sono belle e meno si adattano al reale. Lo dice la storia dell'umanità.

Perché l'Europa vera non è solo i fischi degli inni allo stadio, ma è anche e soprattutto i 12 Paesi che chiedono a Bruxelles di far ridiventare i confini nazionali quel che erano, cioè confini che si passano solo legalmente; l'Europa vera non è solo i cortei se la nazionale di calcio batte il Belgio, ma è l'Eliseo che mette il veto sul contratto di acquisto dei cantieri francesi di St. Nazaire da parte dell'italiana Fincantieri, che sarebbe stato il gol della bandiera, in una partita che ha visto negli ultimi decenni quasi tutte le principali industrie e aziende italiane finire in mano straniera. Per dirne solo due. Anzi, diciamone una terza: due settimane fa alla foresta di Arenberg, nel finale della Roubaix, quando l'eroico Moscon in fuga verso il Velodrome Petrieux dopo aver forato era pure caduto e addio vittoria, il telecronista di una rete straniera commentava "Meglio così, ci sarebbe pure mancato che una festa così bella venisse rovinata dalla vittoria di un italiano". Tant'è, il diavolo fa le pentole ma non i Colbrelli.

L'Europa vera è quella delle 24 lingue vere parlate dagli esseri umani veri, e tra queste non c'è l'esperanto e nemmeno il volapuk, lingue artificiali create a tavolino nella speranza che la gente si convincesse ad abbandonare l'idioma dei padri e dei nonni per parlare una di quelle due, inventate da buontemponi con tempo da perdere.

Ecco: fare delle diversità europee non già lo scenario di condivisibili accordi stabili commerciali e industriali, ovvero la visione iniziale di Schuman e Monnet, ma il punto di fusione per uno Stato unitario con un solo governo, una sola banca centrale, un solo esercito è teoria che ha la stessa forza persuasiva del volapuk.

Che sia auspicabile e necessaria una struttura concordata di coordinamento tra Stati, per le strategie economiche internazionali, nel mondo che sta ripolarizzandosi, è indiscutibile. Ma da qui alla negazione della Storia con la S maiuscola, alla cancellazione delle differenze che nella realtà sempre permarranno, è aberrazione.

Quando si bolla frettolosamente come sordido estremismo l'insofferenza di alcuni governi continentali verso l'assolutismo europeistico, si dimentica che questi Paesi non hanno certo una storia più compromessa di altre nazioni con certe lugubri correnti di pensiero e prassi della politica. Semmai sono stati i Paesi che più di altri hanno sofferto, nel secondo Novecento, la truce contraffazione di una finta indipendenza nazionale, in realtà eterodiretta in modo ferrigno, se necessario coi carri armati, da un dittatore lontano e insindacabile, nella fattispecie la Mosca sovietica. Quindi non bisogna stigmatizzare superficialmente in automatico i Paesi insofferenti al superamento delle specificità nazionali, se avvertono in questa Europa senza alternative l'eco lontana di qualcosa che hanno già sperimentato, i polacchi già due volte, e non ne sentono la mancanza.

E comunque il vero dramma è che se neppure quest'anno, in un'estate tutta italiana, siamo riusciti a vincere il Mondiale professionistico di ciclismo su strada, che manca ormai dalla sparata di 13 anni fa di Ballan a Varese, ahimè chissà quando ce la faremo.



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