
C’è un modo di fare musica che non ha fretta. Che non insegue l’algoritmo, né la nostalgia facile. Era il tempo, il nuovo disco di Maurizio Giunco, chitarrista e compositore comasco con un passato nei gruppi rock progressive, appartiene a questa razza: un album di 10 tracce uscito ieri e pubblicato da Universal Music Group che mescola prog rock anni '70, favole moderne e un'introspezione sull'essenza umana che si prende tutto lo spazio necessario per raccontare e interrogare. Radicato in influenze come Premiata Forneria Marconi e Banco del Mutuo Soccorso, invita a riscoprire miti e valori dimenticati in un'era dominata dal materialismo, con tre storie centrali che fungono da chiave narrativa.
Un viaggio in quello che eravamo e siamo ancora
“E' un viaggio dentro ciò che eravamo e che, in fondo, siamo ancora - spiega lo stesso Giunco -, un ritorno a quando l’uomo credeva nelle favole, nei miti, nelle profezie, e soprattutto nei valori che essi custodivano. Oggi molti di quei valori sembrano svaniti e ci ritroviamo a cercare risposte nell’appagamento materiale, dimenticando una parte importante della nostra essenza. I sogni, però, non sono scomparsi: sono ancora lì, nascosti nel profondo. Siamo noi che, forse, abbiamo smesso di vederli”.
Il solco è quello della grande tradizione cantautoriale italiana
Giunco si muove nel solco della grande tradizione cantautorale italiana — De André, Fossati, Lolli, Ivan Graziani — ma lo fa senza mai indulgere nel citazionismo. Qui non c’è revival ma continuità: la consapevolezza che la canzone può ancora essere un luogo di pensiero, un territorio etico prima ancora che estetico. E' un disco - dove la chitarra domina con arrangiamenti complessi che evocano il rock sinfonico italiano degli anni '70 - che chiede attenzione e la ricompensa. Non si consuma in fretta, non si presta allo streaming distratto. Un album da ascoltare dall’inizio alla fine, come un libro di racconti che parla del presente fingendo di parlare del passato. E in un 2025 saturo di elettronica e trap, Era il tempo emerge come un'antitesi necessaria, un ponte tra passato mitico e presente disilluso.
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