Ci sono film che chiedono la tua ammirazione, e ce ne sono altri che pretendono la tua complicità. Die My Love appartiene fieramente alla seconda categoria. Non ha mai realizzato film facili, Lynne Ramsey. I drammi psicologici della regista scozzese, sempre così pieni di spigolosità, si rifiutano di offrire conforto o risposte chiare alle domande complicate e confuse che emergono dalle vite spesso disperate dei suoi personaggi e anche qui non fa eccezione mostrandoci qualcosa che oscilla tra realtà disturbata e allarmante fantasia, sfumando ogni linea di demarcazione che separa questi due stati d’animo e insistendo perché lo spettatore non si limiti ad assistere al disfacimento di una donna ma lo abiti e in qualche modo lo assorba.
La trama
Grace (Jennifer Lawrence) e Jackson (Robert Pattinson) si sono appena trasferiti nella casa del defunto zio di lui, nella foresta settentrionale dello stato di New York, pronti a mettere su famiglia. Presto Grace dà alla luce un maschietto ma nei mesi successivi inizia a manifestare strani comportamenti, come strisciare carponi fuori dalla proprietà con un coltello in mano e altri atteggiamenti similmente bizzarri. All’inizio le persone che le stanno intorno insistono sul fatto che è normale per una neomamma sentirsi un po' fuori dalle righe ma quando la realtà di Grace cede il passo a fantasie sfrenate, non escluse quelle di tipo sessuale, diventa evidente che sta succedendo qualcosa di più preoccupante.
Non univoci i problemi della protagonista
Il film fonde passato e presente, ciò che è reale e ciò che non lo è in modo tale che lo spettatore non sia sempre in grado di distinguere anche perché Ramsay si rifiuta di ricondurre i problemi di Grace a una sola fonte. La depressione post partum è un fattore, ma Die My Love mostra quel tanto che basta del passato della coppia per offrire indizi su quella che è sempre stata una relazione tempestosa sostenendo che incentrare tutto su una sindrome depressiva equivarrebbe ad ignorare altri segnali d'allarme che erano presenti da tempo, trasformando così il film da un'autodistruttiva performance solista all’analisi di una relazione complessa e di tutta la pazienza e la comprensione che richiede.
Un film che non offre rimedio
La regista propone anche un'idea audace: che in mezzo a tutto il rischio e l'agonia della condizione di Grace - che si muove non come un personaggio, ma come una forza ferita e a tratti incandescente - ci sia qualcosa di simile alla liberazione. La sua improvvisa allergia al marito le permette di vedere meglio le proprie inadeguatezze e c’è perfino un sottile fascino anarchico in parte della sua violenza. La regista, poi, rifiuta l’idea stessa di un’impalcatura narrativa. Al suo posto ci consegna frammenti, come un monologo mezzo sussurrato o una cucina che sembra un luogo sconvolto dopo una tempesta. Die My Love è un film insidioso che non offre rimedio. È comprensivo nei confronti della crisi di Grace, ma non cerca davvero di tirarla fuori da essa. C'è un'ambivalenza che inquieta, un'accettazione parziale della realtà alterata della mente anche quando diventa spaventosa. Quello che lo rende davvero angosciante non è la sua brutalità - anche se è brutale - né la sua carica erotica - anche quella non indifferente - ma il rifiuto di moralizzare il labirinto del desiderio e della disperazione femminile. Non è un film facile. Non è neppure, nel senso convenzionale, un film piacevole. Ma è sovversivo e vivo nel modo in cui il cinema a volte deve essere, come una ferita che rifiuta di chiudersi perché guarire significherebbe dimenticare.