4 gennaio di quarant’anni fa, precisi. Un titolo sul “Decimonono” fa discutere e apre un tema che ancora oggi è centrale quando si parla di futuro della nostra città, ma anche della Liguria e di prospettive di sviluppo.
Il titolo? “Un genovese su quattro ha superato i 65 anni”. Sono 187 mila le persone utrasessantacinquenni che vivono a Genova e quattrocento mila quelli che abitano in Liguria. Un record non solo nazionale. Si potrebbe sottolineare: vuol dire che stanno bene e che in questo luogo della Terra si vive bene e di più. Certamente. Ma il giornalista fa notare come, invece, si tratti di un primato negativo, cioè la Liguria e il capoluogo in particolare stanno cambiando molto velocemente l’identikit degli abitanti e il fenomeno preoccupante anticipa un fenomeno nazionale che, però, non sarà molto considerato in quegli anni.
Evidentemente negli anni ’80 sono migliorate le condizioni di vita e logicamente questo è conseguenza dei progressi della scienza e in particolare della medicina dal dopoguerra in poi. Ma insieme all’allungamento della vita si assiste a un bassissimo indice di natalità, addirittura il più basso in Italia.
Alla fine degli anni ’80, nel pieno della nuova ricostruzione della città, accentuato poi dall’avvicinarsi dell’appuntamento con le celebrazioni colombiane del 1992, era stato lanciato il bando per la ricostruzione del teatro Carlo Felice, con la precisazione che avrebbe dovuto avere un numero di posti pari a 2000 più uno. E così fu, perché ci si basava sull’ipotesi di una città da un milione di abitanti.
Invece da quel momento siamo diventati la “regione dei vecchi”, come scriveva il giornale “ di persone non più in attività lavorativa, che hanno bisogno di servizi adeguati che non trascurino i naturali acciacchi dell’età”.
Tutto questo quarant’anni fa.
Il problema e che oggi riparliamo di questo tema , a me pare, con un po’ di indifferenza. E’ così? Pazienza. Siamo tutti nonni? Va bene. I giovani fuggono? Li capisco…E’ un atteggiamento preoccupante. Lo svuotamento di Genova (anche se si fa notare che è sensibilmente cresciuto il numero di chi arriva giornalmente da fuori, per lavoro o turismo) è una questione assillante che investe e condiziona tutti i campi.
Diventa, quindi, urgentissima la questione di rimodellare una città anche per giovani, a cominciare dalla disponibilità delle case per proseguire, poi, nel “ringiovanimento” di altri settori nella speranza che si aprano nuove occasioni soprattutto di lavoro e lavoro pagato adeguatamente. Ipotesi che non dovrebbe, almeno in teoria, mancare visto che abbiamo urgente bisogno di teste e braccia negli ospedali in perenne affanno, nel mondo della scuola, del trasporto pubblico persino della giustizia.
Il sogno di una “Genova giovane” ahimè è antico. Ne parlavamo e scrivevamo cinquant’anni fa, lamentando che troppe leve del cosiddetto “Potere” erano nella mani degli over sessanta. Gli anni in cui i “Quarantenni” tentavano di ribellarsi a questo stato di cose, anche in politica, e in cui Carlo Castellano, grande manager del futuro, allora guida della Esaote Biomedicale, in una intervista mi rispondeva che Genova non sapeva inventare il suo futuro , che abbandonava i giovani. Concludendo: drammatico immaginare una città che dimentica i suoi ragazzi.
Castellano sciorinava dati e numeri: nel 1991 , 14 mila disoccupati, ma quello che spaventava era il numero dei giovani in cerca di una prima occupazione, oltre 58 mila nel 1996 contro i 25 mila del 1991. E commentava : “A Genova non scoppiano rivolte perché c’è sempre la famiglia, il gruppo, il vicinato che sostiene, che fa da materasso. E poi ci sono i lavoricchi che danno un po’ di respiro”. Quindi elencava alcuni importanti cambiamenti: Eccoli: inceneritore, Fiumara, la bretella autostradale, acciaio: Riva chiede di restare ponendo condizioni molto serie: si tiene il 60, 70 per cento di territorio e chiede di diventare proprietario, il sindacato vuole certezze per 1200 lavoratori dell’area a caldo che verrà dismessa. Castellano: Ho la sensazione che avremo molte delusioni su Cornigliano.
Rileggere oggi queste frasi mi fa un certo effetto. Hanno l’aria di essere, più o meno gli stessi dilemmi angoscianti di quaranta anni fa, quelli dello stato industriale o non industriale di Genova, ma anche quello della città che dimentica i ragazzi.
E’ chiaro che non è un problema facile anche perché molto dipende da scelte nazionali. Ma lo sforzo di Regione e Comune in questo campo deve essere prioritario. Non possiamo più permetterci di lasciar scappare i nostri ragazzi e ragazze. Un conto è andare in Erasmus (magnifica esperienza, credo) o a specializzarsi all’estero. Un altro è non trovare risposte dignitose a casa propria.