"I miei cari escono a manifestare sapendo che potrebbero non tornare vivi, mandavano un ultimo 'ciao' prima del blackout internet". Così a Primocanale una giovane iraniana di 28 anni fuggita dal regime degli ayatollah per inseguire la libertà negata dal velo imposto e dalle regole soffocanti e arrivata a Genova racconta i momenti di paura che sta vivendo per i suoi famigliari e amici dopo l'inizio delle proteste in Iran. Per timore di ritorsioni sulla famiglia che risiede in Iran, non pubblichiamo la sua identità.
Come e perché hai deciso di lasciare l'Iran e arrivare in Liguria?
Sono arrivata in Italia quando avevo 21 anni (7 anni fa) con un visto di studio per frequentare l’università. Ho scelto Genova perché lì vivevano due miei amici, che mi hanno aiutata molto nei primi giorni, soprattutto con le pratiche burocratiche e l’ambientamento.
Ho deciso di lasciare l’Iran perché sotto il regime islamico non c’è libertà né sicurezza. Ero obbligata a indossare il velo e non potevo vivere la mia vita personale e sociale come desideravo. Le regole imposte limitavano fortemente la mia libertà come donna e come individuo. Per questo ho scelto di studiare all’estero, cercando un luogo dove poter essere me stessa e costruire il mio futuro in modo libero.
Come era la vita quotidiana in Iran?
In generale, la vita quotidiana in Iran è un equilibrio tra tradizione e modernità. Nelle città, le persone seguono ritmi di lavoro e scuola simili ad altri Paesi, ma la religione e le usanze culturali influenzano ancora molte scelte di vita, soprattutto per i giovani e le donne, che cercano spazi nelle interazioni sociali.
Hai affrontato pericoli specifici durante il tuo viaggio o la tua richiesta di asilo qui in Italia?
Come molti ragazzi iraniani che arrivano in Italia con un visto di studio, anche io sono arrivata in modo regolare e senza affrontare pericoli particolari. La mia famiglia mi ha accompagnata all’aeroporto di Teheran, da dove ho preso il primo volo diretto a Roma con la compagnia Alitalia. Da lì ho poi preso un secondo volo per Genova.
Una volta arrivata all’aeroporto di Genova, ho preso un taxi e sono andata a casa dei miei amici, dove sono rimasta per alcuni giorni, fino a quando ho trovato una camera dove vivere. Li ringrazio molto perché mi hanno dato sia un grande supporto emotivo sia un aiuto concreto con le pratiche burocratiche. Una volta arrivata a Genova, ho inviato il kit tramite Poste Italiane per avviare la procedura del permesso di soggiorno. Successivamente sono stata convocata in Questura per le impronte digitali, passaggio necessario per ottenere il permesso di soggiorno.
Come vivi le proteste di questi giorni che hanno causato scontri e vittime a Teheran e in altre città?
La scintilla delle manifestazioni, iniziate il 28 dicembre al Bazar di Teheran, è stata il caro vita e l’inflazione. Tuttavia le proteste si sono diffuse molto rapidamente in tutto il Paese e non si tratta di semplici manifestazioni, ma di una vera e propria rivolta nazionale. Decine di migliaia di persone, circa 32 milioni, sono scese in strada contro il regime dittatoriale degli ayatollah per dire chiaramente che non vogliono più questo sistema teocratico.
Il popolo iraniano è un popolo civile e moderno, che ha ormai superato la Repubblica Islamica da decenni e non la riconosce più come forma di governo. Chiediamo il ritorno del nostro principe Reza Pahlavi in Iran (il figlio dello Shah), leader dell’opposizione e noi vediamo in lui l’unica alternativa credibile per costruire uno Stato democratico, secolare e laico.
Anche gli iraniani della diaspora stanno organizzando numerose manifestazioni in tutto il mondo per sostenere i loro compatrioti che, nelle strade dell’Iran, rischiano la loro vita. Uno slogan molto sentito è: questa è l’ultima battaglia, Pahlavi ritornerà. Questa volta, sia dentro che fuori dal Paese, siamo molto fiduciosi e pensiamo che possa essere davvero la volta buona.
Da quattro giorni il regime ha nuovamente chiuso Internet, come già accaduto in passato, per reprimere la popolazione nel silenzio e impedire che le notizie escano dal Paese. Le forze di sicurezza sparano sulla folla senza distinzione tra adulti, giovani e bambini. Finora si contano più di 3.000 morti, inclusi minori.
La repressione è sempre la stessa: sparare sulla gente, imprigionare, impiccare. Il 4 gennaio, le forze di sicurezza hanno cercato di sfondare le porte di un ospedale a Ilam, sparando contro manifestanti rifugiati nell'ospedale e volevano anche portare via i manifestanti feriti che stavano ricevendo cure.
Puoi spiegarci la portata di queste proteste?
Le manifestazioni in Iran sono scatenate dalla crisi economica, con inflazione altissima, aumento dei prezzi di beni di prima necessità e perdita del potere d’acquisto. Ma si sono rapidamente trasformate in una rivolta nazionale contro il governo, esprimendo frustrazione sociale, disuguaglianze e sfiducia verso l’establishment teocratico. Le manifestazioni coinvolgono tutte le province e diversi gruppi sociali. Sono considerate le più grandi da anni, paragonate solo a quelle del 2022 (legate alla morte di Mahsa Amini) e potenzialmente le più vaste dall’ultima rivoluzione del 1979.
Il governo ha risposto con repressione violenta: uso di forza letale, arresti di massa, blackout totale di Internet e restrizioni alla comunicazione per isolare i manifestanti.
Alcuni membri del governo hanno persino definito i manifestanti “nemici di Dio”, portando minacce di pene capitali per chi partecipa alle proteste.
Hai parenti o amici coinvolti nelle manifestazioni attuali, con il blackout internet e la repressione delle forze di sicurezza?
Noi iraniani non siamo mai stati così uniti come adesso, né abbiamo mai avuto un obiettivo comune così chiaro. Da 16 giorni migliaia di persone – giovani, anziani, donne e uomini – scendono in strada ogni giorno e ogni sera, nonostante tutti i rischi che ci sono. Dicono: non torniamo più indietro. Anche se gli sparano contro, continuano a manifestare ed alcuni, nonostante siano stati feriti, escono anche nei giorni successivi.
Se anche ci fosse solo una minima possibilità che questo regime resti al potere, per vendetta inizierebbe un genocidio contro il popolo iraniano, come ha già fatto in passato, accusando qualcuno di essere una spia di Israele e impiccandolo. Ma noi, popolo iraniano, non abbiamo nessun problema né con Israele, né con gli Stati Uniti. Nel gennaio 2019, il regime degli Ayatollah ha lanciato due missili contro un aereo di linea civile, abbattendolo. A bordo c’erano molti passeggeri iraniani, tra cui famiglie, studenti e professionisti, tutti innocenti. Dopo l’attacco, le autorità hanno inizialmente cercato di dare la colpa agli Stati Uniti, tentando di nascondere la responsabilità diretta del regime.
Anche i miei amici e i miei familiari hanno partecipato alle manifestazioni. Quando escono, non sanno se torneranno a casa sani e salvi, o addirittura se torneranno vivi. Prima di uscire mandano un messaggio: ciao, se torniamo vivi, ci sentiamo. Noi vinceremo! Dall’ultima volta che sono usciti hanno chiuso internet e tutte le linee, in Iran ora si può usare solo il telefono fisso. Io e tutti i miei compatrioti che siamo all’estero siamo molto preoccupati per i nostri familiari e amici, non sappiamo se stanno bene oppure no. Hanno tolto anche la corrente elettrica per impedire alla gente di uscire, ma le persone escono lo stesso, perché dicono: questa volta non molliamo, non abbiamo più paura di niente. Questa non è una vita dignitosa.
C’è un video diventato molto virale, una signora manifestante, picchiata e con la bocca piena di sangue, dice: non ho paura, sono morta da 47 anni, cioè da quando c’è questo regime.
Quali speranze hai per l'Iran?
Noi iraniani desideriamo vivere in un Paese democratico, laico e secolare, dove ogni cittadino, indipendentemente dalle proprie differenze, fede, pensieri, sia rispettato e tutelato nei propri diritti. Vogliamo sentirci sicuri, vedere un’economia stabile e avere buoni rapporti con gli altri Paesi.
Purtroppo, dal momento in cui è salito al potere, il regime della Repubblica Islamica ha seguito una politica di ostilità verso l’Occidente, inneggiando alla morte dell’America e di Israele, isolando il Paese e causando sanzioni internazionali che hanno colpito la nostra economia e la nostra libertà di movimento. Il passaporto iraniano è diventato debole, l’inflazione è alta e il futuro appare incerto.
Noi, come popolo iraniano, siamo invece aperti verso l’Occidente e gli altri Paesi. Desideriamo che le risorse del nostro Paese siano investite per migliorare la vita degli iraniani, e non per finanziare gruppi o organizzazioni armate all’estero.
La Repubblica Islamica non rappresenta solo una minaccia per noi cittadini, ma anche per la regione e per il mondo intero. Noi sogniamo un Iran che sia sicuro, prospero e rispettato a livello internazionale, dove i nostri diritti e il nostro futuro siano finalmente garantiti.
Come si vive oggi in Iran, cosa ti raccontano famigliari e amici?
La vita in Iran era già segnata da difficoltà economiche e limitazioni politiche, l’inflazione crescente, i salari insufficienti, la repressione delle proteste e l’isolamento internazionale hanno reso la vita molto più difficile e incerta, mentre il desiderio di libertà, sicurezza e sviluppo reale cresce tra i cittadini.
Cosa ti aspetti dal governo italiano o dall'Europa riguardo alla situazione iraniana e ai rifugiati come te?
Aspetto dai Paesi liberi, che si dichiarano difensori dei diritti umani, di stare dalla parte giusta: quella dei popoli iraniani, privati da 47 anni dei loro diritti fondamentali, perseguitati, uccisi e impiccati. Oggi, con la repressione che include il blackout di Internet e un vero e proprio bagno di sangue, gli iraniani vengono massacrati solo per chiedere libertà e giustizia. Anche loro meritano una vita dignitosa, come prima dell’arrivo della Repubblica Islamica, e il regime attuale non li rappresenta affatto. La vita degli iraniani ha valore, e non deve esserci una solidarietà selettiva, non si possono difendere alcuni popoli e ignorare ciò che oggi sta accadendo in Iran. Il presidente Trump, fin dall’inizio, ha espresso il suo sostegno ai popoli iraniani e ha condannato con fermezza le uccisioni e la repressione esercitata dal regime. Noi iraniani guardiamo a questo sostegno con speranza e aspettiamo un aiuto concreto per liberarci da questo regime che sta uccidendo i popoli iraniani in continuazione.