Cronaca

1 minuto e 34 secondi di lettura

Il bell'articolo di Mario Paternostro, apparso su Primogiornale di martedì 27 gennaio, mi ha persuaso a scrivere di due sorrisi e una domanda, che avevo tenuto per me. Ho sorriso quando Don Prospero ha accolto l'invito a rimuovere la moschea di cartone dal presepe e l'ha sostituita con un brano del Vangelo, assai più provocatorio, giacché il Vangelo, per qualunque coscienza attenta, è immancabilmente provocazione. Conosco Prospero da molto tempo: penso volesse assegnare al cartone il valore simbolico del dialogo tra diversi, di qualunque diversità, perché nel presepe fosse riconoscibile l'attualità del messaggio cattolico, ecumenico, piuttosto che il senso di uno spot per la moschea. Ho sorriso al divenire della polemica sugli "ateobus". Quella campagna non mi sembrava, per usare un eufemismo, elegante, ma non mi sono sentito offeso da qualcuno che ha sentito il bisogno, per farsi riconoscere, di affidarsi a uno slogan. E mi sono domandato se anche noi cattolici avessimo necessità di un "controslogan" per essere riconosciuti: le parole usate da Paternostro mi sono sembrate una buona risposta, indicando un modo d'essere che, se anche difficile e faticoso, ricomprende il valore della testimonianza nella vita di tutti i giorni. Dovremmo essere tolleranti: non consentire tutto, ma permettere a ciascuno di esercitare i diritti di cui è portatore in quanto persona, anche se diversa e lontana. Dovremmo essere accoglienti: non concedere indiscriminatamente, ma sapere aprire comunque le porte, anche quelle del cuore, a chi bussa, spesso per bisogno. Dovremmo essere generosi: non genericamente disponibili, ma capaci di un supplemento di fatica per servire con competenza la propria comunità. Non da quel che diciamo, ma da quel che facciamo siamo riconoscibili. A una maestra della scuola di Barbiana, che gli chiedeva quel che dovesse fare per essere riconosciuta come un' insegnante cattolica, don Milani rispose "Insegna meglio che puoi".

*Senatore Pd