IL COMMENTO

Il commento

Nonno Grillo, la lezione di Genova e il testimone passato ai nipoti

24/09/2017 ore: 10.45

di Mario Paternostro

Nonno Grillo, la lezione di Genova e il testimone passato ai nipoti

Ricorderete quanto avevano gufato alcuni notabili quando a Genova, clamorosamente, Marika Cassimatis celebrò la scissione dal Movimento 5 Stelle? E poi quando anche lo storico capogruppo Paolo Putti diede vita alla sua lista? Ci fu un coro di commenti catastrofisti sulle sorti del movimento, la maggior parte di questi preconizzando immani disfatte se non addirittura prossime scomparse del grillismo dalla scena politica.

Il Movimento ha preso la sua botta eccome, si è macerato per la prima volta dentro la sfida tra innovatori e ortodossi, liberal e duri e puri, ma con un cerotto l’ha già curata e a Genova di questa annunciata débacle da parte di qualche saggio commentatore (per lo più di sinistra), non se ne è accorto nessuno. Il liberal Luca Pirondini fa la sua strada a Tursi, senza sceneggiate, con un metodo da 5 Stelle, ma vestito alla genovese: di grigio antracite o al massimo di blu. E forse anche con la cravatta come Luigi Di Maio.

Con l’elezione di Di Maio a leader c’è il compimento di quello che è cominciato a Genova. La "nazionalizzazione del dissenso" non indebolisce la forza di un movimento che ha realizzato quello che tutti i capi politici annunciano e non fanno mai. La necessità di dare il volante a un trentenne. Di Maio ha trentuno anni e da ieri guida quello che potrebbe essere, dopo le prossime elezioni politiche, ancora il primo partito italiano. E lo stesso Di Maio potrebbe diventare anche il premier. Qualcuno tremerà. Oddio, uno di 30 anni... in un Paese dove comandano gli ottuagenari.

Il genovese Grillo si definisce un "nonno" che capisce che deve davvero cedere il passo ai nipoti più che ai figli. Questa è la vera rivoluzione dei Cinquestelle. Non tanto affidarsi a una rete informatica che è piena di buchi, di pasticci, e dalla quale scappa anche qualche pesce di media stazza. Ma realizzare realmente il cambio generazionale della direzione del Paese. Dai nonni non ai figli, ma ai nipoti.

Pensate al Pd genovese che fa finta di discutere e prepara inciucetti da vecchia Dc dorotea per trovare un segretario cittadino, dove la generazione dei settantenni imbalsamati ha lasciato alla generazione dei cinquantenni individuata come “gioventù democratica” della città! E i trentenni li lascia nei Municipi.

E al centrodestra che, nazionalmente, è obbligato per provare a vincere a mantenere fresco un ultraottantenne come nonno Silvio e che mette ostacoli sulla strada di un ultraquarantenne come Giovanni Toti paventando chissà che cosa.

I Cinquestelle l’hanno fatto. Come quando hanno girato una parte dei loro compensi parlamentari o regionali a favore di iniziative lodevoli.

Dicono e fanno. Anche beccandosi contestazioni, critiche, fughe, assenze.

Poi, però, si incagliano nei programmi e quasi lottano per non governare come se questo rischiasse di inficiare la natura del movimento. Come scrive argutamente Mauro Barberis sul Decimonono sintetizzando la figura di Di Maio: non leader di un non partito che non ha alleati e quindi, appunto, non vuole governare.

Non credo che la Raggi sia una maga dell’amministrazione. Tutt’altro. Ma governare Roma è come cercare di mettere in ordine tutti i resti putrescenti di una discarica di rumenta dove ci hanno gettato dentro di ogni cosa da cinquant’anni.

Personalmente condivido abbastanza poco dei programmi Cinquestelle in Liguria e a Genova. Soprattutto i loro no assoluti alle infrastrutture come il Terzo Valico e la Gronda. Una sorta di esaltazione della decrescita in una città da tempo decresciuta anche demograficamente.

Ma loro il cambio generazionale lo annunciano e lo fanno. Così prendono voti nonostante gli scismi e le diaspore. Il cambiamento in buona parte è anche affidare a una nuova generazione il governo delle città e del Paese. Metterli alla prova. Renzi ci ha provato cominciando bene, poi ha sbagliato quasi tutto a cominciare dal plebiscito che lo ha licenziato. E dal rifiutare il dialogo con le sue minoranze.

I Comuni sempre in trincea sono i luoghi dove la politica dovrà, per salvarsi (e ne abbiamo bisogno tutti della politica), passare la mano a chi sa comprendere l’attualità con tutte le sue complessità. E non c’è bisogno di rottamare nessuno, anzi.