IL COMMENTO

In vista delle elezioni politiche del 4 marzo

Voto lo stesso anche se questi collegi sono il patatrac della democrazia

di Franco Manzitti

sabato 03 febbraio 2018
Voto lo stesso anche se questi collegi sono il patatrac della democrazia

Sto chinato su queste schede elettorali, che ora sono completate con i nomi dei candidati dei 232 collegi italiani e mi chiedo ancora se vale la pena di farlo questo sforzo, di andare a votare. Me lo chiedo con maggiore perplessità, perfino con angoscia.

Era già complicato prima che il grande frullatore della politica nazionale spremesse fuori le candidature, in una campagna elettorale ultra corta, zeppa di ridondanti promesse, di fake news, del dissesto globale del nostro sistema partitico, senza nessuna aria di rinnovamento, con l'orizzonte dell'incertezza finale sempre più delineato, la diffidenza del mondo intero intorno, ah les italiens.... altro che un nuovo Macron!

Figuriamoci ora che le caselle si sono riempite e che gli stati maggiori, le supersegreterie, come quella di Renzi o il Berlusconi redivivo, che si è pure affaticato nell'impresa o la riffa del web dei grillini o tutti gli altri stati maggiori hanno hanno fatto le loro scelte, scartando, escludendo o includendo.

Guardo dentro ai nostri collegi genovesi e liguri e mi prende uno sconforto globale. Quelli del Pd avevano due ministri da giocare nel loro territorio, due ministri forti, la Pinotti e Orlando, lei in capo a uno dei dicasteri più importanti in questa fase storica, che il Papa chiama di “effettiva terza guerra mondiale” e lui additttura Guardasigilli . Sono stati espressi da un territorio “forte” per il partito in cui militano, il Ponente genovese e La Spezia, roccaforti storiche, per quanto incrinate nelle ultime elezioni comunali. Ebbene di questa forza sul territorio cosa resta? Roberta Pinotti in un collegio uninominale senatoriale genovese e nada mas. Orlando fuori, in Emilia. Che c'entra lui con il nostro territorio? E' come se, in un'altra Repubblica, avessero candidato Taviani in Sicilia e, dico, il Taviani potente Ministro dell'Interno, del Tesoro o della Difesa.

Se scendo dal rango ministeriale, nel Pd scopro gli uscenti un po' rimessi in corsa, come Tullo e il più promettente di tutti, Lorenzo Basso, ma in posizioni scomode di scontro nel collegio. E scopro il segretario regionale Vattuone, altro uscente, che si è autoassicurato in un collegio sicuro. Nomi nuovi? La Paita resurrexit, dopo tutte le sconfitte in Liguria, a Genova e a La Spezia, e l'hanno piazzata nella posizione più blindata di tutti. Pippo Rossetti a mezza botta, ma con la possibilità di giocarsela. Mah....qual è il criterio? La fedeltà? Sì ma a chi? A Renzi, ovviamente e ai suoi giannizzeri del cerchio magico. Lotti docet.

La Destra aveva lanciato un'onda verde, cercando di portare in Parlamento un mazzo di giovani assessori regionali, Giampedrone, subito autoritiratosi, poi Scajola junior, poi Ilaria Cavo e nel processo di cambio anche il leghista Edoardo Rixi. E' rimasto solo lui, gli altri restano dove sono e dopo che sull'orizzonte sono comparsi i fantasmi dei paracadutati, dei quali almeno uno si è materializzato, un altro giornalista, Giorgio Mulè, l'ex direttore di Panorama, blindato nell'estremo Ponente.

La squadra che alla fine corre è così, prevalentemente, di facce note: Biasotti, Cassinelli, Bagnasco, Vaccarezza......In forme diverse un “usato sicuro”, ma il rinnovamento?

Se compulso i grillini devo scoprire chi sono e come faccio a conoscerli, oltre alle parole d'ordine di Di Maio, oramai dilagante tra congiuntivi sbagliati e traduzioni in inglese ciccate. Mi devo rassegnare a non conoscerli, nel nome della democrazia diretta, della piattaforma Rousseau, della loro privacy. Ma se non mi rassegno?

A sinistra anche c'è un “usato sicuro”, a partire da Sergio Cofferati, “il cinese” o da Luca Pastorino, nel senso di due “strappati” nello sconquasso delle regionali nel 2015. E poi c'è Roberto Amen, un altro giornalista in corsa per LU. Che c'è lo zucchero in questa Regione per la categoria dei giornalisti? Toti, Mulè, Cavo e ora Amen. Appunto amen e così sia.

Posso vagare con gli occhi nei collegi, cercando un'illuminazione, una folgorazione, che mi guidi nel dedalo obbligatorio dei nominati, dei prescelti, dei piazzati.

Non c'è niente da fare: questa mappa consacra tutti gli aspetti “neri” del nostro momento politico. E' una sintesi perfetta di: 1) sistema elettorale indecente di, appunto, nominati e di maggioranze impossibili da conquistare senza premio di maggioranza, il finale di 25 anni di casino istituzionale; 2) partiti in crisi e coalizioni appicicate con lo sputo solo in chiave elettorale, dopo si vedrà; 3) territori colonizzati dai vertici con paracadute che neppure nello sbarco in Normandia...;4) rinnovamento zero o quasi; 5) scenario finale di incertezza totale.

E allora che ci vado a fare, perchè decrittare questa scheda, dove non si può neppure disgiungere il voto? Ho in testa un partito, ma quel candidato che mi tocca indicare, o mettendo la croce sul partito stesso o addirittura sul suo nome, non lo digerisco proprio.

Tutto mi spinge fuori dalla cabina o anche dentro, ma con una parolaccia sulla punta delle matita.

Però credo nella democrazia, che, come ripeteva Churcill, oggi molto di moda per via del film, è il male minore. Siamo, forse, in una delle ore politicamente più buie della nostra Repubblica, come nell'Inghilterra minacciata dai nazi, ma penso che accendere la luce, almeno nella mia cabina, può portare un po' di chiaro. Se no sprofondano anche le speranze.

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