IL COMMENTO

Dibattito sulle unioni civili e sul ddl Cirinnà

Vado al Family day perché…

di Anna Maria Panfili

venerdì 29 gennaio 2016
Vado al Family day perché…

In questi giorni le molte parole forti che circolano sui media destinate a chi, come me, parteciperà al Family day del 30 gennaio prossimo mi invitano ad interrogarmi come donna, moglie, madre e avvocato impegnata nell’associazionismo familiare, sulle ragioni della mia adesione: non mi sento né omofoba, né fascista, né tanto meno, come è stato anche detto, “terrorista” e spero di saper spiegare civilmente le mie convinzioni.

Credo sia irrinunciabile, in un paese civile, il dibattito pluralista su tematiche che hanno profondi risvolti etici, sociologici e culturali, quindi voglio difendere la mia e l’altrui libertà di pensiero ed opinione: la manifestazione pacifica di piazza, come ci hanno dimostrato nella nostra città di Genova gli operai dell’Ilva in questi giorni, è un modo civile e democratico di chiedere attenzione alla politica distratta rispetto ai veri problemi del Paese.

Andrò a Roma perché, operando nel diritto di famiglia, constato ogni giorno come la nostra civiltà occidentale sia diventata così egoista da non capire che se non riparte dall’accoglienza dei più deboli, e in questo caso dal rispetto dei bambini (prima e dopo la nascita, come dicono i documenti internazionali), è destinata a ripiegarsi su se stessa ed estinguersi, come accaduto a tante altre civiltà in passate epoche storiche.

Parteciperò al Family Day 2016 perché rispetto l’identità e le scelte di tutti, ma credo che il diritto non sia al servizio delle mode e delle tendenze culturali della maggioranza parlamentare e debba invece rispondere ad una vocazione universale: una legge davvero giusta che abbia ad oggetto ciò che è autenticamente umano dovrebbe essere percepita come tale in ogni epoca della storia dell’umanità, oggi lo sappiamo e non possiamo più ignorarlo.

Sarò al Circo Massimo perché avrei voluto che sui diritti delle formazioni sociali diverse dal matrimonio tra un uomo e una donna il dibattito muovesse dai diritti rivendicati e dalla effettiva uguaglianza, caso per caso, delle situazioni, anziché da una prepotente omologazione a priori di realtà per molti aspetti obiettivamente diverse, che richiedono soluzioni diverse proprio a fini di uguaglianza e giustizia sostanziale.

Andrò a Roma perché credo che sia anche affar mio se, grazie al disegno di legge Cirinna, sarà socialmente accettata una prassi oggi illecita in Italia e in quasi tutto il mondo, che priva per legge alcuni bambini di un padre o di una madre e del diritto alle origini, aprendo la strada ad una nuova schiavitù delle donne destinate a soddisfare il diritto al figlio di coppie etero ed omosessuali. Non vedo alcun progresso nell’affermazione di diritti dei forti che prevaricano i diritti dei deboli.

Sabato prossimo non resterò a casa al riparo delle mie certezze familiari, perché le questioni in gioco sulla famiglia, la genitorialità e l’identità umana non sono riservate a me o al culto cattolico, ma sono universali e non si vive solo per se stessi e i propri desideri: proprio l’Italia, che non è affatto il fanalino di coda dell’Europa, può dare il buon esempio dimostrando che le scelte legislative devono rispettare e far convivere i diritti di tutti, stando sempre dalla parte dei più deboli e guardando con rispetto a ciò che nessuna legge può creare: l’identità umana.

E ciò per evitare che una dittatura di un sentire che si autodefinisce maggioritario in questo e in altri campi si sostituisca alla democrazia e all'espressione di quello che ritengo sia l'autentico sentire del nostro Paese e della nostra gente.

*Anna Maria Panfili - avvocato Diritto di famiglia

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