SALUTE E MEDICINA

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Sobrero: “Una ricerca da Genova per dimezzare la chemio nel tumore del colon”

di Tiziana Oberti

giovedì 05 ottobre 2017

Una ricerca partita da Genova 10 anni fa e che oggi ha portato a dimezzare i tempi della chemioterapia per i malati di tumore al colon. Una ricerca indipendente, ossia non finanziato dall’industria farmaceutica, nata dall’idea del professore genovese Alberto Sobrero. Sono state coinvolte tredicimila persone operate per un tumore del colon.


GENOVA -  Una ricerca partita da Genova 10 anni fa e che oggi ha portato a dimezzare i tempi della chemioterapia per i malati di tumore al colon. Una ricerca indipendente,  ossia non finanziato dall’industria farmaceutica, nata dall’idea del professore genovese Alberto Sobrero. Sono state coinvolte tredicimila persone operate per un tumore del colon, lo scopo era quello di  vedere se per impedire il ritorno della malattia servivano i 6 mesi di chemioterapia, ossia lo standard, o se invece ne bastano tre. Grazie a questo studio c’è stato il cambio di standard terapeutico.

Che cosa cambia per i malati di tumore al colon una volta operati e quindi c’è la possibilità anche di recidiva?

“Cambia molto per quei pazienti che sono stati operati in maniera radicale, che vuol dire aver tolto completamente il tumore, e quindi quei malati che navigano verso la guarigione in genere fanno una chemioterapia per prevenire le percentuali in genere abbastanza alte (intorno al 50%) di ricaduta, ricaduta significa che la malattia si dissemina nei vari organi, la ricadura molto spesso, ma non sempre, è sinonimo di malattia inguaribile. In oncologia spesso c’è questo equivoco, cioè la parola cancro evoca il senso di inguaribilità, non è vero se è preso in tempo è altamente guaribile, resta il rischio dopo l’intervento che rimane abbastanza alto circa del 50%. In questi casi sono circa 25 anni che si fa una chemioterapia preventiva che consente la guarigione non  più nel 50%  ma nel 70% dei casi, il che vuol dire che nel 20% dei casi operati è guaritiva.

Il problema è che 6 mesi di chemioterapia, che è il regime standard, ha la sua tossicità, il prezzo da pagare è alto, e quello che è cominciato circa 10 anni fa è il tentativo di andare a vedere se programmi più brevi di chemioterapia, nel caso specifico della durata di 3 mesi, potevano al di là del ridurre la tossicità risultare ugualmente efficaci nel prevenire quel 20% di recidive quindi arrivare al 70% di guarigione, tanto quanto i 6 mesi di chemioterapia. Abbiamo messo in piedi una ricerca in Italia che ha reclutato 4000 malati da 140 ospedali in Italia, negli anni si sono aggregati USA, Inghilterra con un trial proprio, i greci, francesi e giapponesi, arrivando a 13.000 malati. La necessità di questo enorme numero è ch dovevamo dimostrare che le due durate di trattamento, cioè 3 mesi e 6 mesi, davano esattamente gli stessi risultati, perché d’accordo che voglio non pagare un prezzo elevato di tossicità, però non voglio nemmeno che l’efficacia della terapia si perda, non voglio compromettere il 20% e scendere al 10.

Quello che abbiamo dimostrato, e che è stato riportato in molti giornali e in vari congressi negli ultimi due mesi, e ha cambiato la pratica clinica quotidiana, quindi impatta sui malati oggi, è che 3 mesi è uguale ai 6 mesi nella grandissima maggioranza dei casi, ma la tossicità si riduce si riduce da 2 a 6 volte meno. Quindi il risultato è notevole non perché ci siano cose nuove, quindi il risultato non sta nell’ aver sviluppato un farmaco nuovo che mi da speranze, sta nel aver ridotto in maniera molto sostanziale la durata della chemioterapia, il che comporta un miglioramento della qualità di vita del malato. Non solo, a livello economico questo significa per l’Unione Europea un risparmio di 600 milioni di euro all’anno".  

Questo è importante perché incide direttamente nella vita dei pazienti e un’altra particolarità è  siete riusciti a mettervi insieme?

Questo è l’aspetto romantico dell’impresa: mentre di solito le ricerche di laboratorio non hanno bisogno di collaborazioni molto estese, la ricerca clinica ha bisogno di reclutare tanti malati, quindi è ben difficile che uno da solo produca dei risultati fantastici. Harry Ford diceva: “Se vuoi arrivare primo, corri da solo, ma se vuoi arrivare lontano, gioca in squadra”, ecco noi abbiamo messo insieme una squadra che va dal Giappone al Canada passando per l’Europa e l’Inghilterra, che è riuscita collaborando nell’arco degli ultimi 8 anni, noi siamo partiti 10 anni fa, il resto del gruppo si è unito circa 7-8 anni fa, a portare a termine questo. Questo significa superamento delle piccole cose che poi sono quasi incomprensibili, come invidie, priorità, cose antipatiche ma umane, le abbiamo superate perché siamo un gruppo di amici a livello internazionale, e questo lo trovo molto simpatico.  

Questa ricerca e questo risultato farà abbattere i costi, ma quanto è costata?

Questo aspetto mi è molto caro. Diamo una scala di misurazione del problema: sviluppare un nuovo farmaco costa due miliardi di euro, di solito fare uno studio registrativo, il che significa fare la parte finale dello sviluppo di un farmaco, costa 600-800milioni di euro, quindi un terzo di quello che ho detto è legato all’ultima fase, cioè il reclutamento dei malati seguirli per anni eccetera per vedere se il farmaco funziona. In questo caso a noi il ministero ha dato tre milioni di euro per reclutare 4000 malati, sono una cifra molto esigua per una ricerca che se fatta per l’industria sarebbe costata 600 milioni di euro .

Qual è il futuro della ricerca per i tumori?

C’è un cambio di marcia. Fino a due anni fa quando vedevo un malato in fase avanzata quindi parliamo dell’altro gruppo di malati che hanno la malattia disseminata e non hanno la speranza di vedere la luce in fondo al tunnel e loro mi dicevano: “Vabbè intanto guadagniamo questi tre o sei mesi poi si vedrà, la ricerca porterà sicuramente a qualcosa di nuovo, io in cuor mio dicevo è tanto difficile, tre o sei mesi non sono abbastanza, ci vorranno 3-4-5-6 anni prima che uno possa sbilanciarsi questo fino a due anni fa. E’ un momento talmente di rivoluzione in oncologia, che quando un malato mi dice così, dentro sento che è vero ed è forse la notizia più bella che possiamo dare”.

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