IL COMMENTO


Sanremo Sanremo: la politica diversa tra Amarcord e vecchi geni

di Franco Manzitti

sabato 05 gennaio 2019
Sanremo  Sanremo: la politica diversa tra Amarcord e vecchi geni

 Arrivi a Sanremo, la cosiddetta città dei Fiori, la città del famoso Festival della Canzone, che tutto il mondo conosce, e capisci subito, oggi, ieri, venti, trenta anni fa, che è tutto diverso, che non hai semplicemente percorso quei venti chilometri di distanza da Imperia , la capitale amministrativa. Sei arrivato su un altro pianeta.

Sanremo è una capitale della politica a sè stante, della morale a sè stante, dei partiti a sè stanti, degli affari a sè stanti, forse per colpa di quel Casinò che oggi conta molto meno, ma le sue bianche torrette, in fondo a Corso Matteotti, la strada del Festival, sono un segno indelebile, non mutevole, anzi immortale.

Ci sono arrivato decenni fa, da giovane caporedattore de “Il Secolo XIX”, quando la potenza dei giornali di carta era imbattibile e solo qualche piccola televisione locale, come per esempio l'indimenticabile Telesanremo di Renato Olivieri, scalfiva il potere informativo. Duellevamo in punta di fioretto con i concorrenti de “La Stampa”, due redazioni allora numerose e contrapposte in terra di Liguria, occupata da legioni di piemontesi, pensionati e non, in quel sogno ambientale: mille ore di sole all'anno, le palme, l'ulivo, l'incanto del clima.

Se arrivavi da Imperia, con il prefetto, il questore, il porto commerciale, la Camera di Commercio, qualche grande fabbrica, la tradizione operaia e sindacale, pensavi di arrivare nel paese dei balocchi e dei fiori. Ma oltre al Casinò Municipale e all'onnivoro Mercato dei Fiori c'era anche la terza roccaforte, palazzo Bellevue, quello stupendo palazzo Belle Epoque, sede del Comune, con la Sala Fiorentina, dove si riuniva il Consiglio e scoprivi la politica sopraffina.

Sanremo era avanti, certo più spregiudicata, quasi incontrollabile, ma in molti modi un laboratorio. In Italia la politica del compromesso storico sarebbe arrivata da lì a poco, con i drammi conseguenti. Lì c'era già, realizzata, codificata e già superata, ma senza drammi.

Il Comune era governato dal centro-sinistra, dc, psi, più i repubblicani del grande Marra e i liberali della grande tradizione di avvocati, con lo scudo crociato quasi egemone con i suoi giganti, illuminati dall'alto da figure come Manfredo Manfredi, i fratelli Alessandro e Claudio Scajola, Giovanni Parodi, ma in posizione superiore c'era il partito trasversale, che chiamavano Gabinetto, con dentro la Dc e il Pci, talmente “autonomo” da essere, un po' ironicamente, ribattezzato PCS, Partito Comunista Sanremese. Se lo potevano permettere, perchè avevano fuoriclasse come Gino Napolitano e Francesco Dulbecco, capaci di pesare dall'opposizioine sulle grandi politiche sanremesi di governo, condizionando la Dc e i suoi alleati, non gente di secondo peso.

Il Consiglio Comunale era uno spettacolo, con duelli di spada e di fioretto, dove spiccavano i grandi con i loro affondi decisi e le risposte-trappola, attraverso un'oratoria che non si può che rimpiangere.

Sanremo era diversa per una qualità politica spinta a giocare alto dalla posta in palio che era sopratutto il Casinò, la gallina delle uova d'oro per tutta la Provincia nel sistema dell'epoca, ma anche il Mercato dei Fiori, con i suoi affari e le sue immigrazioni così importanti per conquistare consensi elettorali e un sistema turistico grandioso, già in crisi, ma che poteva buttare sul piatto quel Festival della Canzone, allora spettacolo quasi unico in una Tv dove Berlusconi doveva ancora nascere e poi decine di grandi alberghi, cattedrali già un po' cadenti, ma nobili, dell'accoglienza ligure e internazionale.

Allora bisognava essere molto furbi, molto più furbi degli imperiesi, che avevano altre matasse da sbrogliare, eppure nominavano i segretari provinciali dei partiti, facevano da baricentro alla politica ligure (distante e un po' snobbata) e a quella romana. Quanto potere aveva chi decideva la gestione del Casinò e trattava con la Rai le serate del Festival? Immenso.

Quando incominciò la rivoluzione al Casinò, che partiva con la sua traslazione da una gestione strettamente Municipale e cittadina, nominarono presidente Antonio Semeria, allora giovane e brillante commercialista, diventato negli anni una delle figure più lucide e strategiche (e anche prudenti) di quell'establishment democristiano molto sfaccettato. E Semeria , della nobile stirpe sanremese, scardinò i vecchi sistemi, come D'Alessandro a Genova avrebbe scardinato da lì a qualche anno il porto monopolista e ideologicamente imbalsamato. Semeria fece la sua carriera di grande professionista, attento alla politica, ma non al punto di farsi mai incastrare, però dovette lasciare il Casinò.

Era pericoloso, molto pericoloso, chi toccava quei fili rischiava, come il giovane Claudio Scajola, allora sindaco per la prima volta di Imperia, che ci restò impigliato in un'inchiesta che lo fece arrestare, poi prosciogliere completamente, ma che gli costò un battesimo di fuoco.

Era un imperiese che aveva cercato di occuparsi delle roulettes e dello chemin de fer nella allora storica battaglia della privatizzazione tra il conte Borletti e i concorrenti in odore di mafia. Rischi letali, come quelli di chi governava le assunzioni nella casa da gioco, un affare d'oro perchè diventare dipendente e croupier era sistemarsi per sempre da dio. Si favoleggiava, ma non erano favole bensì realtà, che la stecca da pagare ai partiti per quell'assunzione fosse allora pesante qualche decina di milioni.

Scoppiavano scandali all'ombra di quelle torrette come fuochi artificiali. Noi cronisti ci leccavamo i baffi, come quando la Guardia di Finanza circondò il Casinò e piovvero decine di arresti, tra i quali quello di Osvaldo Vento, un sindaco Dc molto importante, ex assicuratore dal grande potere sulla città o come quando beccarono i croupier che sfilavano le banconote dalla cassetta delle mance durante il trasporto tra i tavoli verdi e la mitica “sala conta”.

I soldi per moltiplicare i soldi e per distribuire i soldi: ecco cosa era il Casinò e il potere che emanava.

Certo: Sanremo non era solo quello, in quella atmosfera sospesa intorno alla pallina che girava nella roulette prima di fermarsi. La pallina di Sanremo si fermava non solo sul rosso o sul nero, ma assegnava grandi appalti pubblici in una città dall'urbanistica un po' disordinata, tra colate di cemento, grandi speculazioni e ville da sogno con giardini fantastici, villa Nobel, Villa Ormond e via sù per il leggendario Corso degli Inglesi, dove tra granduchi russi e nobili inglesi si erano inventati il Grand Turismo più elegante del mondo, anche della vicina Costa Azzurra. E dove i granduchi in esilio e in fuga dal comunismo si erano costruiti perfino una chiesa, proprio a Sanremo, a tre passi dalll'ingresso del Casinò e del suo magico Teatro.

Ora tutto è diverso? Neppure per idea. I geni si tramandano e Sanremo è sempre Sanremo. La politica è sì tanto diversa, ma non è un caso che questa città sia ancora e sempre un laboratorio, come ai tempi del gabinetto Pci-Dc.

Claudio Scajola, sempre lui, può puntare su Sanremo nella sua sottile rete territoriale di costruzione di una Destra a radice berlusconiana, ma a espansione molto civica. Il sindaco uscente, Biancheri, interpreta quel civismo che separa dal vecchio passato le liste dall'origine controllata e partitica e si gioca un'altra partita.

La pallina del Casinò gira più piano, le slot mitragliano meno forte, ma questo è un fatto mondiale. Restano i fiori: ecco, qui la globalizzazione ha un po' cambiato la genetica sanremasca. Ma i più belli sbocciano ancora qua e continuano a mandarli in Vaticano a ornare le cerimonie papali. Non a caso Sanremo è sempre Sanremo.

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