IL COMMENTO

Voto o non voto? Per l'ennesima volta mi tapperò il naso...

Perché vado a votare, deluso ma deciso

di Franco Manzitti

mercoledì 24 gennaio 2018
Perché vado a votare, deluso ma deciso

Voto, non voto? Il mio amico Luigi Leone descrive bene la sua decisione e ci lascia solo con il dubbio di quello che scriverà sulla scheda per annullarla. Tappandomi il naso per l'ennesima volta negli ultimi anni e decenni, farò esattamente il contrario, seguendo l'esempio di uno dei miei maestri Indro Montanelli. Andrò a votare, sceglierò per la Camera e per il Senato, mi districherò nella selva pazzesca che hanno costruito in anni e anni di sciagurato degrado politico e, come un esploratore in questa giungla piena di trabocchetti, di infingimenti, di deviazioni, di paraventi artificiali o assolutamente naturali, traccerò la fatidica croce.

La ragione principale di questa scelta è che sono convinto di come nelle speciali emergenze che stiamo vivendo l'unica soluzione, l'estrema, anche la più difficile, da affrontare, con il naso tappato, appunto, ed anche con il voltastomaco, è partecipare.

Sono convinto che la soluzione opposta, non andare per nulla, restandosene a casa o al mare o sulla neve o andare nella gabina e annullare la scheda, vada a ingrossare un segnale che non porta in una buona direzione.

Un sempre più imponente partito degli indecisi, una maggioranza sempre più maggioranza assente e pure incazzata o magari anche solo schifata e distaccata, non porta da nessuna parte. I partiti, i movimenti se ne fregano, anzi il declino del voto li deresponsabilizza ancora di più. A me il fatto che il mio sindaco alla fine sia stato espresso da una larga minoranza degli abitanti della mia città, perchè i voti calano e le sottrazioni dei consensi, nella distribuzione dei voti tra i partiti aumenta ogni volta, non mi conforta per nulla. Il suo potere sarà lo stesso operativamente, il suo peso obiettivo nelle scelte che prende è inferiore.

Non sono tra quelli che ammirava la bassa percentuale dei votanti nei paesi più fortunati del nostro, quelli anglosassoni, per esempio, pensando che era un segno di democrazia più matura, quando negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, noi votavamo tra il 70 e l'80 per cento e loro erano già al 50. Capivo che si trattava di democrazie diverse e di società diverse e non ho mai pensato che scendere nella corsa al voto - di elezione in elezione - e quante volte siamo andati a votare in questi decenni per il Parlamento, per le Regioni, per i Comuni, per le Provincie, per i consigli di quartiere, per i referendum... significasse avvicinarci a quei modelli più perfetti di democrazia.

Pensavo alla nostra storia repubblicana e democratica così diversa e immaginavo un assestamento. Certo non potevo prevedere uno scatafascio come quello che viviamo, una fuga dalle urne simile, una politica così frantumata, le indecenze e i pasticci che viviamo. Ma questo non mi porta ad allontanarni. Anzi. Se c'è uno spettacolo che mi rattrista è ascoltare il totale disincanto, lo scazzo, il disgusto (ed anche la disinformazione più che giustificata) dei giovani. Il fatto di andare a votare portando un valore di testimonianza è per me come portare un sacchetto da mettere sopra l'argine che dovrebbe difenderci dall'alluvione dello scontento, dello schifo, anche dalla confusione e dalla incertezza di una scelta. Questo va fatto fino in fondo, scegliendo fino in fondo. Limitarsi a aprire la scheda, annullarna e poi infilarla “vuota” nell'urna, mi pare un segnale nel buio.

Per chi voto in questa situazione? Da vecchio giornalista ho imparato che la tua professione con tutti i suoi difetti e i suoi limiti ha alcuni credo fondamentali, alla faccia di tutte le modifiche della par condicio costruite anche recentemente dal sistema che ha prodotto tutto lo scatafascio.

Uno di questi è mantenere la tua pubblica imparzialità, non per nascondere un inconfessabile segreto o proteggerti da chissà che, ma perchè questo è connaturato alla tua genetica professionale. Lascia agli altri capire da che parte stai, decrittare dalla tua linea editoriale (se ce l'hai, se puoi esprimerla, se la lasciano esprimere) la tua eventuale preferenza. E fai bene, il meglio che puoi, il tuo lavoro.

Ho lavorato in tanti giornali, dal “Giornale” di Montanelli, al “Cittadino” della Curia, al “Secolo XIX” di editori puri, al “Lavoro”, ex organo del Psi e poi nel Gruppo Espresso e poi a “Repubblica” così riconoscibile, anzi sempre più riconoscibile nella sua linea.

Nessuno mi ha mai chiesto cosa votavo, a nessuno ho mai detto cosa votavo, mi sono state attribuite “tendenze” le più svariate. Nessuno mi ha mai scomunicato, immaginando da che parte stavo. Nessuno mia ha mai premiato, immaginando endorsment e fiancheggiamenti. Qualcuno mi ha offerto perfino candidature, ma posso confessare che sono state via via di parti opposte. E questo mi faceva sentire bene con me stesso.

Magari mi hanno interpretato in qualche modo, spesso sbagliando, qualche volta azzeccando, ma sempre mi sono sentito libero.

Così oggi non dico per chi voto, confessando pure la grande difficcoltà di scegliere, più acuta che mai, ma ripeto che ci vado e che lo ritengo un esercizio che ha un valore intrinseco, un peso di per se stesso, “a prescindere” direbbe Totò, il principe Antonio De Curtis. Solo che qua non c'è nulla da ridere.

Commenti


I NOSTRI BLOG

zeneize tomorrow
Grif House
Samp Place