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La Genova dei luoghi comuni che non vuole pił essere un'isola

di Mario Paternostro

domenica 25 giugno 2017
La Genova dei luoghi comuni che non vuole pił essere un'isola

Il ritratto di Genova che Francesco Merlo, con la sua bellissima scrittura ha disegnato sulla prima pagina della Repubblica mi ha colpito. E un po’ deluso. L’autore racconta i due candidati-sindaco, si diverte a passeggiare tra vecchi comunisti sazi di bambini e “Fasisti!” col braccio alzato. Fa dei due (“nonni”?) una caricatura frizzante, ma alla fine di tutto anche di Genova ci restituisce una caricatura. Una Genova di trent'anni fa. O addirittura del dopoguerra, quando il centro storico era un’area “off limits to allied troops”.

Essendo, per me, Francesco Merlo il miglior giornalista nazionale, il suo ritratto mi costringe a riflettere, in questo giorno di voto, se davvero Genova, dove sono nato e ho vissuto e lavorato per decenni, sia questa. Se non ho capito nulla di lei, se ho creduto di capirla e invece ho frequentato giorno e notte una città che mi ha fregato.

Stereotipi? La solita città avara? Un “ma se ghe pensu al chupito” per aggiornarlo un po’? No. Non più quella dell’Emmo za dæto che i miracolati nel rifugio sul Bianco, travolti dalla slavina, rispondono diffidenti ai soccorritori giunti alla porta: “Siamo della Crocerossa…”, nel timore di dover sborsare l’ennesimo obolo. Nemmeno quella dell’armatore milionario, ricurvo nello scagno di Sottoripa a far di conto ma con le pezze sulle braghe o quella post-moderna, così in voga nel giornalismo di oggi, dello scienziato trentenne dell’Illinois chiuso in laboratorio a tirar giù formulette tra i praticelli dell’Iit di Morego in compagnia di allegri robot, gotti di bianchetta e fette di Sant'Olcese spesse come filetti.

Ma una caricatura, sì. Una Genova in bianco e nero che si annoia (magari avesse la possibilità di questo lusso) e dove le famiglie dicono “maniman” o meglio "belin, maniman" e non si schierano né per l’uno né per l’altro dei candidati. Balle. Sono schierate eccome, divise tra cattoliche progressiste di Castelletto e laiche liberiste di Albaro-Carignano. Come sempre a parte qualche divagazione grillina, oggi recuperata alla tradizione o al non voto.

Certo nelle viuzze tortuose ci sono le prostitute nigeriane e ecuadoriane che sono le stesse che si possono trovare a Francavilla Fontana o a Mortara, tra le cime di rapa e le rane e che non sono (più?) una peculiarità di Genova. Il suo nome era Boccadirosa e metteva l'amore! Anche perché Genova, oggi, non è più quella di Fabrizio e delle sue poesie in musica, non è quella di Paolo Conte con scimmie di follia, così come non è quella di De Brosses e nemmeno della compagna Rosa Luxemburg che qui trovava “uomini senza vergogna”, si stupiva che irrorassero tutti i giorni le viuzze per tenerle pulite e per dilettarsi se ne andava a Staglieno a svolazzar fra sepolcri.

Non è nemmeno quella che raccontano a Francesco Merlo, Renzo Piano e “Megu” Chionetti. Non è più schiva e selvatica di altre, dove il turista lo pelano sistematicamente anche se non selvaticamente e cerca turismo come altre città italiane, e fa inciuci a dritta e a manca come se ne fanno in tutte le città italiane e i prostatici o gli ubriachi pisciano nei caruggi e davanti al Carlo Felice appena dal teatro sono usciti i fedelissimi della Gog. Solo perché non esistono più i vespasiani. E la pipì è la stessa dei prostatici e degli ubriachi di Milano e di Torino. Di Napoli e di Bari. E la droga c’è come c’era all’epoca di don Gallo. E l'eroina uccide sempre i vecchi tossici con la voce roca. Qui come a Scampia. Dentro i vicoli e fuori, nelle periferie degli anni Ottanta e nei caruggi dietro il porto.

È il solito stra-passato, è la caricatura un po’ triste del tempo che fu con il ricordo molto déjà-vu dei protagonisti di allora, Piano e don Gallo e magari ci starebbe bene anche Gilberto Govi e la sua colf Cômba con la crestina sulla testa se potessero riemergere dalla lieve terra e il cardinal Siri, quasi-papa per quattro conclavi, a rompere le balle a don Gallo e a suoi apostoli trans e Gino Paoli con la sua gatta e tutta la scuola dei cantautori, tutti dentro a rimescolare un menestron che, alla fine, si insaporisce solo con il pesto che oggi è l’unico prodotto “liquido” che può volare in cabina alla faccia della paura.

Genova è questa e quella. Una città dove si è sbagliato tanto e che ha urgente bisogno di una totale manutenzione. Dove il finto mito del Blue Print, triste appellativo anglo-maniacale come mission e location, che cercava una folla di progettisti e illustri vincitori per rifare un tratto di porto vecchio, fa flop perché, come sostiene da tempo Filippo Dellepiane che di costruzioni ne sa, sono previste troppe residenze e oggi nessuno le vuole, dato che ce ne sono a centinaia a disposizione sul mercato immobiliare a prezzi concorrenziali.

È quella dove il Comune sbaglia l’indirizzo del locale che deve pagare la gabella di uno striminzito dehors per sistemare due tavoli al fresco e se il titolare non se ne accorge a tempo per lui sono casini a vita. Dove nella città di pietra cresce una selva di superba parietaria, da pruriti non stop, con fioritura alta un metro, persino in via Assarotti, che un parco così non lo ha nemmeno Londra pardon London, perché non si può spargere un po’ di diserbante e andrebbe tutto sfalciato a mano. Ma non ci sono più netturbini.

Tutte belinate come direbbe Villaggio. Genova è una città abbastanza piccola, una bella città italiana con abitanti italiani e non, kitch e signorile, con molti senza lavoro e oggi purtroppo senza entusiasmi. Un po' stanca come risponde Ariel Dello Strologo “col freno a mano tirato”, perché senza ragazzi e ragazze e un po' incazzata, ma nemmeno più tanto ribelle, con il suo bravo Rubens nella chiesa del Gesù degno di una capitale, e il suo Caravaggio in via Garibaldi, ma uno (contestato s’intende) anche in periferia per non fare figli e figliastri, destra e sinistra, borghesi e proletari, camalli e tute, Genoa e Samp, e i musei da far conoscere di più, sparsi per trenta chilometri, lo Stabile che aumenta gli abbonati, il Ducale che supera sempre i centomila visitatori, il Palazzo Reale tra i primi dieci musei italiani, l'Acquario che non è come scriveva acido l’inviato di El Pais all’inaugurazione, una vasca dove ci sono soltanto “cinco tiburones y dos solitarias medusas”.

Genova per fortuna non è più “la più inglese d'Italia” ma ha solo un enorme, colossale, devastante problema da risolvere e subito.

È un’isola, come la Sardegna e la Corsica dove arrivi e parti o volando o galleggiando. Ma purtroppo non è completamente circondata dal mare. È un’isola strana, con metà costa sul mare e metà alle pendici di una montagna diventata con gli anni, invalicabile. Genova è una meta irraggiungibile. E, a volte, è complicato anche uscire su autostrade ridotte come intestini ingolfati. Ha fatto, in questi anni brutti, una sua Brexit umana e sociale. “Bella e impossibile” se vogliamo ritornare alle canzoni che, come scrive Merlo , ci ossessionano. Sacrosanta verità, ahimé. Cari genovesi, non cantiamo più per favore. Non facciamoci ossessionare dal passato e da questa selva di luoghi comuni.

Genova è irraggiungibile per chi vorrebbe arrivarci e magari restare. Il problema da risolvere nei prossimi cinque anni è questo. Collegare l'isola al continente. Aerei, binari, autostrade. Aspettando la Gronda e il terzo valico che sicuramente verrà, ma intanto da qui al 2022 mettendo sui binari qualche treno serio per Milano. Un convoglio che fa ciuf ciuf e non si blocca di notte per due ore nella pianura padana, sul quale i wc funzionano per soddisfare i bisogni dei prostatici genovesi. Che sennò poi la fanno in piazza Cordusio, cantando De André o Natalino Otto, mangiando ossobuco col pesto e imprecando contro il Blue print che ha fatto: flop! Intanto la Madunina ascolta e perdona tutti. Anche i selvatici "con quella faccia un po' così" e la vescica debole.

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