IL COMMENTO

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La battaglia di Genova e la disattenzione nazionale

di Franco Manzitti

venerd́ 23 giugno 2017
La battaglia di Genova e la disattenzione nazionale

Meno male che è arrivato proprio alla vigilia del voto un bellissimo articolo in prima pagina di Repubblica, firmato da Francesco Merlo sulle elezioni di Genova. Forse più un quadro, un affresco della città che semplicemente un “pezzo” per puntare i fari su questa città, dove il risultato del 25 giugno è il più atteso e sarà anche il più significativo.

Altrimenti, come ha anticipato Mario Paternostro, queste elezioni sarebbero state segnate da una specie di disattenzione-distrazione o, più pelosamente, rimozione del sistema mediatico italiano.

Insomma Genova sarebbe stata solo per noi e non per il resto di un Paese, avvoltolato nelle sue spire di politica nazionale, tra legge elettorale, proporzionalismo avanzante, resurrezione dei vecchi poli di centro destra e centro sinistra, rapporto con l'Europa, elezioni anticipate o no, battaglie romane tra Campidoglio e Largo del Nazareno.

Per paradosso si può anche sostenere che alcuni dei più importanti big nazionali potrebbero aver pensato che a Genova, tutto sommato, era meglio perdere. Forse che non ci è venuto il sospetto che Beppe Grillo abbia fatto molto per non vincerla la battaglia della sua città, con tutti i problemi di governo urbano che ha a Roma, ora a Torino e perfino a Parma, dove il suo transfuga potrebbe riconquistare il granducato con altre bandiere? Via... deludere Putti e lasciarlo andare via a due mesi dal voto! Far scegliere dalla piattaforma Rousseau la prof Cassimatis, salvo spodestarla e infine imporre la spada sulla spalla di Luca Pirondini, dividendo il prodotto per tre e venire a fare il comizio, pardon, lo show finale davanti a quarantacinque fedelissimi non era come dire: meglio non giocarla questa partita?

E Renzi che non si è mai fatto sfiorare dal dubbio di fare una capatina a Zena, che già gli ha portato parecchia sfiga nel recente passato, prima delle Regionali e prima del Referendum, sarà mica stato tentato di non correrla questa competition: nessun candidato Pd renziano trovato, in affannose ricerche, alla fine Crivello, un concorrente senza tessera democrat, della precedente giunta arancione con il Pd sempre ingrugnito contro, una leadeship prima commissariata, poi un po' evanescente, le visite molto significative dei “traditori” D'Alema e Bersani, uno spot di Martina e alla fine solo una telefonatina del rimontante Romano Prodi al suddetto Crivello e un piatto di troffie condiviso con la ministra genovese sampierdarenese Robera Pinotti: tutto ciò non è un po' poco per una città che si potrebbe perdere clamorosamente, dopo qualche decennio, rivoltando un sistema di governo giustamente considerato una roccaforte?

E Berlusconi, che si è scaldato solo un po' alla fine, forse che non ha avuto la tentazione di lasciar un po' perdere quella città dove il suo delfino Giovanni Toti potrebbe rinsaldare l'algoritmo della alleanza di ferro con Matteo Salvini e Giorgia Meloni, con una vittoria rien ne va plus: conquistata - se riesce anche il colpo di La Spezia - tutta la Liguria?

Meno attenzione dei leader e, quindi, meno riflettori puntati su quella roccaforte dal degrado kitch, come racconta nel suo viaggio l'affabulatore Merlo, tra un verso di De Andrè e un libro di De Caro.

Ma forse questa della disattenzione, o addirittura della tentazione di “lasciar perdere”, è solo una impressione di noi che viviamo a Genova e, invece, annettiamo alla sfida un valore cruciale, quasi una svolta epocale nella nostra millenaria storia.

Il corrispondente di “Le Monde”, il mio amico Jerome Gautheret, al quale ho cercato di raccontare un po' la storia e le tribolazioni della città, era colpito molto da due aspetti, nel reportage che stava preparando per il grande giornale francese: l'età avanzatissima della popolazione e l'orografia della città, stretta dalle colline sul grande porto, tutti quei tunnel e quelle gallerie per arrivarci in treno e in macchina. Insomma pure lui aveva ben capito che Genova è una città isolata e che, quindi, la partita che si gioca è anche determinato da questa impressione atavica. L'isolamento, da una parte, allontana, anche l'attenzione degli osservatori. Ma dall'altra, anche grazie a quel grande porto, se l'isolamento si rompesse o si attenuasse, molto cambierebbe nel carattere della gente e anche nella politica della roccaforte. O forse della ex roccaforte...

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