IL COMMENTO

Da Genova a Roma senza dimenticare le radici

L’anarchico perfezionista del “chi viene a foi atesso?”

di Mario Paternostro

lunedì 03 luglio 2017
L’anarchico perfezionista del “chi viene a foi atesso?”

Alzi la mano chi non ha detto almeno una volta nella vita: “Venghi!” O: “Vadi…”: O ancora: “Dichi…”. Chi non ha davanti agli occhi il volto di Fantozzi/Fracchia con i capelli ghiacciati al vento, seduto sul sedile posteriore di una spider che, a Natale, sale i tornanti che da Courmayeur (allora succursale di Genova) portano a Planpincieux o il vasto deretano dello stesso che non riesce a trovare la stabilità su una poltrona-sacco che oscilla di fronte all’ imperiosa scrivania del direttore splendido Gianni Agus. Una coppia perfetta della nuova comicità italiana che Paolo Villaggio inventò negli anni Settanta e Ottanta dopo la gavetta ricca di successi alle Baistrocchi con Enzo Tortora, il dottor Borghi, Peo Campodonico e Gianni Cozzo in “Come quando fuori piove” o “Oscar non mi spogliare”, dove l’Oscar non era altro che l’orologio esterno del negozio Oscar Linke di piazza De Ferrari che scandiva il tempo dei genovesi.

Ma Villaggio passa anche sulle tavole del palcoscenico dello Stabile di Ivo Chiesa e Luigi Squarzina, fa teatro di avanguardia, finché vola a Roma per esplodere letteralmente nello show del pomeriggio di festa “Quelli della domenica” con il personaggio crudele e disorganico del professor Kranz che si fa precedere dal grido: “Chi viene a foi atesso?” ripetuto all’esasperazione. Il prestigiatore che fa scomparire e non riapparire, che taglia cravatte e non riesce mai a ricucirle.

Infile la eterna stagione del cinema dei “Fantozzi” che hanno fatto soltanto pienoni alla cassa, tradotti anche in successi letterari.

Un anarchico a suo modo, pur nel mantenimento ferreo della sua genovesità rigorosa, un migrante dello spettacolo che con Genova ha tenuto sempre saldi i legami e soprattutto con i suoi compagni famosi del liceo D’Oria: dal supermanager della Fiat Paolo Fresco a Fabrizio de André (che però era allievo del Colombo), dall’archistar Renzo Piano al regista Giuliano Montaldo.

Villaggio anarchico è sempre rimasto un perfezionista, maniacale nella preparazione e nelle sue apparizioni e nei suoi contributi da scrittore.

Lascia nostalgia e simpatia in una città che lo ha sempre ricordato e amato anche se lontano. Una Genova che con lui è stata raccontata come una isola molto comica ma mai macchiettistica. Cioè una città nonostante tutto e tutti con un aplomb incancellabile.

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