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Per ora al Carlo Felice le luci di scena restano spente, ma venerdì prossimo il nuovo sovrintendente Maurizio Roi presenterà il cartellone e coro, orchestra e attori potranno tornare sul palco. Resta il nodo del bilancio, in rosso per 4 milioni e mezzo. Al momento non è chiaro chi ce li metterà. Per candida ammissione del presidente della Commissione cultura di Tursi, Leonardo Chessa, nessuno dei consiglieri comunali ha fatto questa semplice domanda, forse per paura di essere considerato venale. Quello che non si dice è che, al di là delle polemiche tra il sindaco di Genova Marco Doria e l’ex sovrintendente Giovanni Pacor, il buco di bilancio del teatro è strutturale e nei prossimi anni resterà inalterato in assenza di interventi decisi. Ma quali?

L’ex consigliere Mario Menini dice che Doria dovrebbe andare a caccia di sponsorizzazioni dei privati, passate dai 4 milioni e spacca dell’era Pericu ai 2 e mezzo della Vincenzi per arrivare al milione devoluto da Iren (e si potrebbe obiettare sulla definizione di “sponsor privato” da parte di una partecipata del Comune). Non sono pochi soldi, comunque, visto che un milione tondo è anche la cifra che ci mette la Regione ogni anno. Per la cronaca, è circa un decimo di quanto devolvono dalle altre parti in Italia.

Al netto di ogni riflessione sul gigantismo della struttura teatrale, su una cosa hanno ragione i sindacati: in questi due anni il conto lo hanno pagato i lavoratori, che con i contratti di solidarietà hanno rinunciato a una parte del loro stipendio. Davvero si pensava che bastasse questo per salvare i conti del Carlo Felice? E il sindaco, che giustamente si indigna sulla proposta di “aggiustare” i conti (lui dice “taroccare”) non ha nulla da dire sulla voragine finanziaria apertasi negli anni e sui maldestri tentativi compiuti per coprirla? Non bastano le sfuriate per salvare il teatro, ci vuole qualcosa di più. E bisogna fare chiarezza su quanto accaduto nei rapporti con Banca Carige: un conto è trattare e transare senza adire le vie legali sul caso dell’anatocismo (gli interessi sugli interessi), altro è il modo in cui si fa e altro ancora è la scelta dei consulenti.

Ricontrattare il debito, ridurre il costo del lavoro, abbattere i costi degli spettacoli con coproduzioni insieme agli altri enti lirici: sono le ricette che si rincorrono in questi giorni. In parte sono condivisibili e c’è da chiedersi perché non siano state messe in atto fino ad ora.
Un altro dato interessante è che il tasso di riempimento della sale è del 60%: in media ogni spettacolo ha 4 biglietti su 10 invenduti, per un corrispettivo di circa 1,8 milioni di euro di potenziali introiti che si volatilizzano. E’ il segno che il Carlo Felice è sovradimensionato per una città sempre più vecchia, sempre meno popolata e sempre più povera. Difficile riempirlo, a meno che non si richiamino spettatori non genovesi. Impossibile? Certo che no. Magari cominciando a mettere un botteghino in Piazza De Ferrari e proponendo le serate anche a chi, arrivato dalla Russia o da Nord Europa, cammina per il centro e non ha nessuna idea che a Genova ci sia un teatro dell’opera e si chiede perché diavolo i genovesi abbiano costruito una copia del deposito di Paperone proprio in mezzo alla città.

Ci si potrebbe dilungare sulla promozione turistica, sul lavoro (mai fatto) di vendere Genova come meta musicale perché qui, nella città natale di Niccolò Paganini (unico genovese conosciuto nel mondo oltre a Cristoforo Colombo) c’è un teatro dell’opera e a tutte le latitudini ci sono milioni di persone pronte a spendere un po’ del loro denaro per venire a godersi il Bel canto che per noi ormai è solo sinonimo di buchi in bilancio e sfuriate tra sindaci, sindacati e sovrintendenti. Forse paghiamo il karma negativo di avere abbattuto deliberatamente proprio la casa di Paganini. Ma serve un po’ di vitalità e serve che chi deve (e viene pagato per farlo) si rimbocchi le maniche, per evitare che un giorno, al posto del Carlo Felice, ci sia un’altra colonna infame.