politica

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Il nome di Andrea Orlando, brillante ministro della Giustizia targato Pd (ala giovani turchi) viene evocato ormai apertamente e non più soltanto nelle stanze della politica del Pd. Ne parlano i professionisti e gli imprenditori, ne parla l'opposizione alla ricerca di una unità di lotta, ne parla anche la vecchia guardia del partito in Liguria, quella che nonostante tutto riesce ancora con forza a condizionare scelte, strategie e nomi.

Ma Orlando è nel mezzo di un guado delicato, il varo della prima parte (il processo civile) di quella riforma della giustizia che da una ventina di anni tormenta governi e primi ministri di destra (per le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi e di alcuni suoi vicini di banco) ma anche di sinistra, soprattutto quando si è obbligati a percorrere la strada di un confronto con la controparte forzitaliana.

Orlando, tenace e per nulla in soggezione, a questa riforma ha lavorato e anche se suscitando insoddisfazioni corporative, è arrivato vicino a un traguardo. Evidente che sia lui, l'autore principale della bozza di riforma, sia il governo a cui appartiene, vogliono che la méta sia superata. Anche di poco, ma sia superata e che la bandierina di un reale successo senza slogan sia piantata da qualche parte.

Se sarà così entro un ragionevole termine, per Orlando sarebbe più facile accettare la pressante richiesta di candidarsi a governatore della Liguria che il segretario regionale del Pd, Giovanni Lunardon, sta rivolgendogli.

Sarebbe per il Pd ligure una soluzione meno lacerante di quella che oggi è davanti agli occhi di tutti, con un partito che non è mai stato così diviso, nemmeno ai tempi di Marta Vincenzi, tra continuismo dell'era burlandiana e assalti alla vecchia diligenza (dieci anni di potere assoluto) da parte di renziani e non renziani con voglia di cambiamento, ma obbiettive difficoltà strategiche e di supporti propagandistici.

Tutto questo movimento avviene in una situazione generale in velocissima evoluzione, con un premier che non nasconde la voglia matta di togliersi di torno la vecchia guardia del 25 per cento, quell'esercito di eterni sconfitti che non ha perso il vizietto di preferire un Pd minoritario piuttosto che un Pd che rischia la faccia e qualche idea storica per diventare un grande partito della sinistra liberal occidentale, quella sinistra che non ha paura di mettere in discussione importanti conquiste realizzate quando dominava un capitalismo novecentesco, pur di trovare uno sbocco all'Italia.

E forse una shoccante doccia scozzese (ahi!) con un passaggio alle urne anticipato potrebbe davvero diventare l'unica soluzione praticabile.