POLITICA

Perché la sinistra ha perduto l'ultima roccaforte storica. Ora comincia la 'purga' degli sconfitti e delle loro corti

Il calcio di Genova: il cambio della guardia e la fine dell'oligarchia dei favoriti

di Mario Paternostro e Franco Manzitti

martedì 27 giugno 2017
Il calcio di Genova: il cambio della guardia e la fine dell'oligarchia dei favoriti

GENOVA - Quanti personaggi della storia di Genova si rivoltano in queste ore nelle loro tombe? Tanti, tantissimi. I capi del vecchio Pci che comandava a Cornigliano e Sampierdarena, quelli che, secoli fa, avevano creato a Oregina una ribelle comunità di cattolici anticonformisti e anti-Siri, i leader sindacali dei cosiddetti tranvieri che raccoglievano migliaia di voti nella Val Bisagno delle rimesse Uite, ma anche gli imprenditori cattolici-sociali di Castelletto, dietro alcune grandi famiglie, tutte chiesa e scagno.

Trentasette anni di dominio della sinistra, costruiti dai veri capi che rispondevano ai nomi illustri di Gelasio Adamoli, Fulvio Cerofolini e per i socialisti Pippo Macchiavelli. Potere finito lì. Perché dopo questi “signori compagni” il consenso è stato un continuo compromesso con i vari poteri: il porto dove a comandare ci doveva essere “uno dei nostri” come dicevano i leader del Pci poi trasformato. L’urbanistica dove doveva dirigere sempre “uno dei nostri”, e la sanità dove piazzare “uno dei nostri”. La cultura dove era evidente che dovesse governare “uno dei nostri”. I Nostri, per 37 anni hanno avuto e preso tutto, salvo quei pochi anni passati inosservati del repubblicano Cesare Campart.

Gli ultimi vent’anni, infine, hanno segnato l’inizio del harakiri della sinistra genovese nel nome, andando in ordine alfabetico, di Burlando, Margini, Pinotti, Vincenzi, Terrile, Tullo e alcuni altri. Allargamento delle aree di potere senza ascoltare i “sentiment” della gente, (a parte qualcuno come Valter Ferrando monarca di Voltri-Crevari-Arenzano o Graziano Mazzarello margravio di Quezzi) lasciando le praterie del voto alla libera e facile conquista degli altri, quelli della Lega che allora volevano la Repubblica di Genova in nome dell’odio verso i Savoia e il generale La Marmora e poi quelli di Beppe Grillo così “cazzosi” da essere progettualmente invisibili: gli eroi del No Assoluto.

LA CORTE DEI PRIVILEGIATI

Ma a Cornigliano e Sampierdarena, a Oregina e Marassi, in vico Vegetti e a Sarzano di La Marmora e del “Vaffa” importava relativamente se non nulla. Però non ne potevano più di vedere le loro strade ridotte a cumuli di rumenta e bottiglie rotte, l’invasione di una immigrazione disperata e incontrollata, un commercio tartassato da una burocrazia solida di tessere antiche, di privilegi e di ottusità, di indifferenza verso antiche eccellenze ridotte a macerie da pseudo-manager “impoltronati” senza alcun merito se non quello di essere dei sodali del potere costituito.

In queste maglie vaste di decadenza si sono inseriti Lega e 5 Stelle lasciando perdere La Marmora e altro, ma cavalcando la delusione senza alcuna fatica, perché la sinistra pensava solo ai posti qui e là ancora disponibili. Per dipendenti della politica senza lavoro (e ora che cosa faranno?), ma anche fior di professionisti in cerca di incarichi. Una corte di professionisti di varia estrazione ma molto omologati ai regnanti. In trent’anni è successo tutto questo e si è costituito un medio partito dei Beneficiati e Privilegiati, con nomi, cognomi e prebende lasciate anche in eredità ai famigli.

L’oligarchia delle famiglie genovesi che aveva dilettato tanti inviati a raccontare la città di Piano, Villaggio e De André, dei Costa primo secondo e terzo, dei canditi e del “Cielo in una stanza”, dove una volta c’era l’Italsider e il cardinale assolveva dalla scomunica vaticana “La dolce vita” di Fellini grazie a padre Arpa, lasciava lo scettro a questa oligarchia dei Favoriti, che passavano dai circoli definiti “esclusivi” alle esteticamente orrende “convention” dei notabili in cerca di consenso, voti e sostegni economici. I passaggi da una parte all’altra della politica erano rapidi, leggeri, difficili da intercettare. Effimeri svolazzi.

L'UNICA CABINA DI REGIA: IL PARTITO

Ma c’era sempre una cabina di regia locale sostenuta dalla forza del partito che aveva cambiato nome, da Pci a Pds, Ds e Pd, ma non capi. Quelli erano sempre i soliti, con la giacca cambiata, ma i soliti di trent’anni prima. Magari con rughe e pancetta, ma i soliti.

Se la città avesse avuto almeno dei benefici per loro sarebbe stata la pensione a vita, un eterno vitalizio. Invece vuoi per la crisi, vuoi per gli immensi errori strategici (blocco del terzo valico che si chiamava treno veloce, blocco della bretella poi gronda, blindatura partitica del porto, bocco del Waterfront prima versione perché il Blueprint è solo un flop perfetto, tartassamento delle imprese e del commercio, massacro sistematico delle aziende municipali come Amt e Amiu, assenza di idee, frenatura delle opere per lo scolmatore del Bisagno, tattica di piccolo cabotaggio, paura di trovare giovani in gamba), il castello è cominciato a crollare. Prima ha trascinato i poveri genovesi riducendoli a poveretti, costretti a chiudere aziende, negozi, a svendere case a emigrare più in là. Poi ha trascinato loro, i Favoriti in fuga verso Milano o Roma e ora anche i veri responsabili: gli oligarchi.

Non c’è niente di nuovo se a Sampierdarena di notte in mano ai night e alle bande vota a destra. O lo fa Cornigliano dove c’erano le fabbriche e gli operai. O Oregina abbandonata e il centro storico ridotto a spaccio e urina e persino la silente Castelletto dove si infastidiscono per l’invasione migratoria, l’erba che cresce in Circonvallazione e il mitico “33” che è stato cancellato.

Tutto era scritto. Si aspettava solo che il romanzo uscisse in libreria.

Dunque Genova è diventata una città di destra in una regione di destra dove paradossalmente è rimasta vagamente di sinistra (una gauche lieve come la brezza ponentina) solo Imperia in attesa delle elezioni del prossimo anno?

TOTI, MISTER DI UNA SQUADRA DI DESTRA

No. Genova ha probabilmente un 60 per cento di cittadini fuggiti dalle urne che in gran parte potrebbe essere ancora di sinistra. Forse, ma è tutto da dimostrare. Ma di quale sinistra? Non sembrerebbe più quella dei vecchi bersaniani dello scisma del 2015. Allora quale? Quel che resta del Pd che ora o fa la resa dei conti che si attende da almeno due anni o scompare? Può darsi. E di quale destra? Qui la lettura è apparentemente più facile. Perché la vittoria ha un solo nome, quello dell’abile governatore Giovanni Toti (invidiatissimo anche per il c…) che difficilmente insulta salvo rispondere agli insulti, ma sa fare squadra come si dice con una orribile frase. Soprattutto con i leghisti primo partito nella città.

Fa squadra con le cose della destra, che siano Lega o Fratelli d’Italia o modesti movimenti civici anche di trombati d’antan. E la fa bene e ci mette la sua bella facciona con gli occhi furbi di chi ha saputo cogliere intelligentemente gli umori e i malumori di un popolo stufo, anzi stufissimo se il mio amico professor Coletti mi consente di usare questo neo-superlativo.

Mentre di là sulle rive della Moscova non capiscono ancora che la disfatta va letta e riletta con onestà intellettuale, con i nomi e i cognomi dei responsabili e non lanciando minacce-burla tipo: “Faremo una durissima opposizione…”. E che cavolo compagni! Fate prima una “vasta purga” come si usava e liberatevi del passato. Intanto non è che con Bucci “amerikano eisenhower”, alla presa di Tursi da domani la città sarà occupata dai “balilla” e lo stadio di Genoa e Samp passerà sotto la gestione del Guf.

State sereni, direbbe Renzi.

LA GRANDE PURGA DOPO LA GRANDE FUGA

Ricordate la Suite Francese, il gran romanzo, spuntato dai cassetti di Irene Nemirovsky, che racconta la fuga a piedi da Parigi conquistata dai nazisti, esemplare racconto di una disfatta militare che diventa grande fuga dalla città, la cui roccaforte è stata conquistata dal nemico più nemico della Storia?

Se a Genova, conquistata dalla Destra per la prima volta dal 1946, da quando il potere era nelle mani del podestà fascista, scatta questa purga tanto attesa, dopo il calcio clamoroso e spettaccolare di Bucci and friends, assisteremo a una specie di “suite genovese” con gli sconfitti in uscita drammatica dalle mura sbrecciate del loro potere frantumato. Ma sarà tutto più graduale, non meno doloroso e i fuoriusciti si perderanno nei boschi e nelle radure, come gli occupati francesi intorno a Fontainebleu e a Chartres.

Ci sarà probabilmente un regolamento di conti, che è già cominciato nella notte del patatrac, ma la purga avrà il ritmo, per restare in tono francese, di un lungo dècalage, appunto di una uscita di scena, personaggio per personaggio, gerarchia per gerarchia, stanza per stanza, lobbie per lobbie. Fuori uno dopo l' altro dalla roccaforte con armi (spuntate) e bagagli in fretta preparati.

Si può immaginare una specie di esodo dalle stanze dei bottoni, incominciando da quelle più difficili ad arrendersi dei superburocrati, che da decenni hanno lavorato a fianco dei pubblici amministratori, un sindaco dopo l'altro con il suo apparatniki a fianco. Che ne sarà, per esempio, del mitico Gian Poggi, il grande urbanista, che era la bussola di Claudio Burlando, che se lo portò dal Comune in Regione e poi è tornato in Comune con l'arrivo di Toti ed ora che il colore cambia anche a Tursi?

Si può immaginare il clima di sbandamento e sconforto che regna in tutti i piani del Matitone, simbolo della burocràtia, pronunciato alla sovietica, dove le incrostazioni del potere politico-amministrativo saranno difficili da sciogliere e magari sarà anche quasi impossibile. Chiedere al megasindaco Beppe Pericu quanto costa avere la meglio sulla burocrazia.

Ma nei primi giorni della purga è chiaro che il crollo, il calcio, come lo vogliamo chiamare, colpirà i leader politici, grandi e piccoli della gerarchia partitica, in particolare quella piddina. Ci sono due ministri che si vedono presentare il conto di una sconfitta totale, assoluta, alla fine di una campagna nella quale il loro ruolo è stato evanescente. Genova e Spezia crollano quando, per la prima volta nella storia recente, siamo rappresentati da due ministri a palazzo Chigi, la genovese-sampierdarenese Roberta Pinotti e lo spezzino Andrea Orlando. Bisogna risalire ai tempi di Taviani-Bo, anni Sessanta, per ricordare una tale rappresentanza nella stanza dei bottoni numero uno, quando il potere genovese era democristiano-socialista e quei ministri siedevaano nei dicasteri della Difesa, del Tesoro e delle Partecipazioni Statali, a seconda del gabinetto in carica.

LE RESPONSABILITA' DEI DUE MINISTRI

E cosa faranno gli oggi ministri della Difesa e di Grazia e Giustizia, davanti a questa disfatta? Orlando ha partecipato a una manifestazione nell'ex cuore operaio di Genova, a Sestri, radunando uno sparuto gruppo di sostenitori. Pinotti è venuta a mangiarsi un piatto di trofie al pesto nella tavolata che in piazza Matteotti chiudeva la campagna di Crivello. Nada mas. Niente più.

Ve lo immaginate ora un colloquio tra il segretario Renzi e i due potenti ministri, che a Roma gestiscono dicasteri di enorme importanza, la Roberta a interfacciarsi con i Grandi della terra in tema di difesa, di guerra, di paci e di trattati? E Orlando con le riforme chiave della Giustizia, a incominciare da quella del codice penale, appena varata. Con Genova e Spezia che cosa ci hanno azzeccato?

Taviani e Bo ogni fine settimana non si schiodavano dal loro territorio: a Bavari e a Sestri Levante e nel Tigullio non c'era stormir di fronda che non gli fosse conosciuto. Qui i potenti ministri, impegnati a Roma, non si sono accorti che gli crollava addosso la roccaforte? Come si sono prodigati, quanto hanno influito nella scelta di Crivello a Genova e di Manfredini a Spezia? Renzi e Guerini e quelli della Direzione Nazionale Pd ne terranno conto e quanti punti varrà la dèbacle nella classifica per restare in Parlamento nelle elezioni del prossimo 2018, ancor prima che per sperare in una riconferma eventuale, eventualissima al Governo? Come peserà nelle loro superbrillanti carriere?

Poi nella suite genovese ci sono i semplici deputati e senatori, timorosi di passi falsi da mesi e mesi, per non dire anni, che pregiudicassero le loro ipotetiche riconferme in Parlamento. A parte il numero delle legislature e il calcolo dei vitalizi da agguantare, chi si merita di restare sotto le macerie del crollo e chi di cercare una via di fuga armi e bagagli? Meglio pensare che arrivi una nuova generazione, facce nuove, nomi nuovi... magari qualcuno già si intravede.

Che facevano gli onorevoli Mario Tullo e Lorenzo Basso, cosa ha fatto a Savona, un anno fa, Anna Giacobbe, prima della caduta della sua roccaforte, quella vicina al Priamar, tanto per citarne qualcuno, quando nel guazzabuglio degli ultimi anni, il Pd sceglieva in Regione la candidata Raffaella Paita, sotto la benedizione di Burlando, quando incominciava la rumba intorno alle manfrine di Marco Doria, resto o me ne vado, quando la giunta comunale, la seconda dopo quella sventurata di Marta Vincenzi, entrava in collasso?

Li abbiamo mandati a Roma per rappresentare il popolo genovese, ma anche per raccordare il potere locale con le strategie nazionali. Dal patatrac delle famose primarie, costate l'investitura alla Marta e alla Roberta in favore di Marco Doria, quel raccordo non ha funzionato per un accidente. E quanto a timorosi e un po' tanto concentrati sul proprio orto non si può dimenticare il navigato Pippo Rossetti, vice presidente del Consiglio Regionale, già super assessore con Burlando, che temendo di compromettersi, sia come leader regionale, sia come possibile futuro deputato, se ne è stato coperto e ricoperto per tutta la campagna elettorale, malgrado fosse uno dei più esperti, limitandosi ad apparire il dovuto senza sbilanciarsi. E pensare che poteva essere lui un candidato sindaco, più orientato al centro dello sventurato Crivello...

Quante sottovalutazioni, ritirate, incertezze e come la purga può emendare una decina di anni (ma non vogliamo esagerare) di errori su errori, di mancate visioni, di sbagli di uomini e donne? Oggi Crivello tuona che farà un'opposizione dura e ci sembra di sentire la Paita che faceva lo stesso discorso due anni fa. Si preparava, forse, anche a perdere la sua Spezia.

Chi non si è alzato a dire che era un errore mandare via dalla competizione regionale Gianni Vassallo, vecchio “marpione”, per poi perdere a quel modo, con il risultato di vederlo strappare via anche a Tursi e inoltrarsi in un suo “Percorso Comune”, dilapidando esperienza e collegamenti? Non si è alzato nessuno.

Nella suite francese che segue il crollo della roccaforte i più purgati saranno, forse, gli organi dirigenti, i segretari, oggi Alessandro Terrile e il senatore Vito Vattuone. Ma sono stati molti di più nella mutante stanza dei bottoni dei democratici con la stessa dose di responsabilità politico-strategica negli ultimi anni.

Bisognerebbe “purgare” perfino quel commissario inviato da Renzi, David Ermini, rimasto in Liguria per mesi e mesi, non capendoci mai un'acca.

Più percorri la carovana che sfila in questa suite e più cerchi leader e sottopanza e più scopri che la corresponsabilità è come quella formula giudiziaria: continuata e aggravata. Rasetto, Lunardon, Basso, Ermini, Vattuone si sono fatti sfilare la città pezzo per pezzo. E facevano anche parte di una nuova generazione e avevano anche fasi di “enfrentamiento” pesante con la vecchia guardia, l'altra generazione, da Pietro Gambolato in giù, dalle liti quasi incomprensibili con Marta Vincenzi nella sua fase di apogeo e galleggiavano tra Genova e Roma, tra il cavalcante Matteo Renzi e il “nuovo” che avanzava e i vecchi freni bersaniani e si perdevano in una giungla sempre più rigogliosa che cresceva insieme al “nuovo” Pd.

SEGRETARI E DEPUTATI TRA STRAPPI E SCONFITTE

E chi alzò la voce quando Burlando impose la sua delfina e la difese ad oltranza? A volte con i “vecchi” apparentemente ritirati, ma non troppo, come Mario Margini e Graziano Mazzarello, c'erano sintonie, a volte scontri. E poi spuntavano gli strappi dolorosi e sanguinosi, come l'uscita di Sergio Cofferati con lo sfregio delle post primarie regionali e la candidatura di Luca Pastorino. Una sconfitta dopo l'altra, in una sorta di incoscienza generale o meglio un'anestesia locale, perchè i famosi 200 che prendevano le distanze, con in testa Ubaldo Benvenuti e il vecchio saggio, Camillo Bassi, c'erano eccome.

Basta una purga a far ripartire la carovana che rischia di perdersi nelle radure e nei boschi oltre Fointanbleu e Chartres? Tra meno di un anno, anzi tra qualche mese, parte un'altra campagna elettorale, quella delle politiche. Bisogna trovare, presumibilmente, nuovi candidati e nuovi segretari, mentre il Palazzo d'inverno è occupato dalla destra e dalle sue bandiere e molta parte della città si volta dall'altra parte, praticando l'astensione, che è anche quella una suite. Non francese, né genovese, ma dalla democrazia come l'abbiamo conosciuta e che si vorrebbe riformare.




I NOSTRI BLOG