IL COMMENTO

Il commento

I sindaci che abbiamo avuto e quello che stiamo per avere

di Franco Manzitti

sabato 10 giugno 2017
I sindaci che abbiamo avuto e quello che stiamo per avere

Sto recuperando la storia dei sindaci che questa città ha avuto negli ultimi decenni. Ripercorro il loro mandato, la loro personalità, il tempo genovese che hanno vissuto. È un lavoro per ricordare e ricostruire, che affideremo all'attenzione del pubblico perchè la storia insegna, recupera e lascia una traccia importante per non perderci.

Ma facendo questa indagine all'indietro ho inevitabilmente misurato il rapporto che c'è stato tra questi sindaci e le condizioni della città che stavano governando. Ho così trovato quasi un perchè alla loro scelta e alla loro azione e una domanda sul futuro. A che cosa dovrà essere adeguato il prossimo primo cittadino, quello che domenica andiamo a eleggere in questa grande incertezza di pronostici e di condizioni in cui Genova si trova?

Torniamo indietro: Fulvio Cerofolini, il sindaco socialista, il sindaco tranviere, come veniva popolarmente chiamato tra il 1975 e il 1985, è stato l'uomo politico che ci ha portato nel tempo politico che poi abbiamo quasi initerrottamente vissuto fino ad oggi: un governo della città di sinistra, in un Paese nel quale gli equilibri politici si spostavano verso la grande avanzata del Pci di Berlinguer, la formazione appunto delle “giunte rosse”, il superamento dei blocchi contrapposti come nel '48, la caduta del muro e della cortina di ferro, che sarebbe arrivata poco dopo.

Quel sindaco molto popolare, eletto due volte da consigli comunali con stragrande maggioranza di sinistra, ha affrontato gli anni del terrorismo e della grande crisi industriale della città. Ha cambiato la città con un nuovo piano regolatore, varando il policentrismo, costruendo case sulle colline e impostando il 1992, che sarebbe arrivato sette anni dopo la fine del suo “regno”, ma al quale già si pensava nel suo tempo.

Il suo successore, il sindaco-farmacista, un repubblicano a sorpresa, Cesare Campart, sembrava aver interrotto in parte quell'egemonia della sinistra appena insediata in tutti i meccanismi di governo della città. Ma poi non fu così, anche se sarebbe cominciato, tra il 1985 e il 1990 del suo mandato, il tramonto del Pci, la sua mutazione. E la città era quella che usciva soffrendo dai monopoli Iri e che cercava nuovi equilibri di sviluppo postindustriale e nuove leadership, essendosi concluse quella politica di Paolo Emilio Taviani, quella spiritual-temporale del cardinale principe Giuseppe Siri, quella confindustriale e armatoriale di Angelo Costa e della sua grande famiglia, un modello di un capitalismo, appunto familiare, che si stava spegnendo, fiammella dopo fiammella.

La ricerca di una nuova identità politica e di nuovi equilibri è culminata bene nella elezione del successore, il socialdemocratico Romano Merlo, uscito da un compromesso che aveva escluso dal trono di Tursi i socialisti rampanti, come Mauro Sanguineti, ma anche il “nuovo” del postcomunismo, come Claudio Burlando e il democristiano “progressista” di allora, Ugo Signorini. Merlo è stato un sindaco “corto”, con un mandato tagliato da una vicenda particolare che lo costrinse a dimissioni rapide. Ma fu il sindaco che inaugurò l'Expo colombiana, il cambiamento, partendo da quei moli storici, quasi di identità della città, che si sarebbe proiettata verso un altro destino, sempre meno industriale, più turistico, che solo adesso si compie.

Gli succedette, nel fatidico 1992-1993, proprio quel Burlando, interprete a Genova della rivoluzione postcomunista, che cadde quasi subito in un arresto poi rivelatosi assolutamente ingiusto: solo nove mesi di governo. Ma quello era il tempo di Tangentopoli, gli anni della caduta della Prima Repubblica, che anche a Genova imponeva i suoi prezzi, seppure meno salati che altrove, nel rispetto di una sobrietà genetica.

Poi è venuto il tempo dei sindaci eletti direttamente con il nuovo sistema che la nuova Repubblica portava. E, non a caso, il primo è stato un non politico, ma un magistrato, quasi garante del dopo Tangentopoli, Adriano Sansa, ex pretore d'assalto, che il sistema politico di allora avrebbe cercato di metabolizzare, senza successo. Troppo indipendente, troppo avulso dai meccanismi del potere, che si perpetuavano nel passaggio da una Repubblica all'altra, lungo un filo ininterrotto che diventava sempre più solido, quello del dominio cittadino. Sansa è stato il sindaco che poi la politica partitica “licenziò” anche bruscamente.

Cosa sarebbe arrivato dopo? Un altro sindaco ancora cercato fuori dai partiti, ma sempre in una logica di continuità “progressista”, “democratica”, si sarebbe detto allora, uno con gli attrezzi per governare meccanismi sempre più complessi della città, i soldi pubblici dei grandi eventi, i deficit delle società partecipate, le nuove trasformazioni del tessuto ubano, dopo le Colombiane e in vista del G8 e del primato europo del 2004. Questo è stato il tempo, quindi, di un sindaco avvocato, Giuseppe Pericu, due mandati fino al 2007 con la nascita del Pd e il berlusconismo cavalcante sul piano nazionale.

Poi è tornato il primato della politica, che si riprende direttamente il vertice di palazzo Tursi con Marta Vincenzi, una carriera di vertice nelle istituzioni e un ruolo difficile da sindaco, mentre le crisi mondiali e locali precipitano, a incominciare da quella del dissesto idrogeologico, le alluvioni che le costeranno la intera carriera e non solo.

Tagli orizzontali e verticali della finanza pubblica acuiscono la crisi, riducono le possibilità del Comune. Emergono le incapacità della politica a prendere decisioni: siano quelle di varare finalmente la Gronda o quella del luogo dove costruire la Moschea. È tutto più difficile e il sindaco si avvia a essere sempre più circondato, dalle crisi della città, dalle aziende che chiudono e tagliano, dal lavoro che manca. Sarà il destino del primo cittadino successivo, Marco Doria, il sindaco che sta uscendo di scena e il cui bilancio si scrive ora.

La ricostruzione è sommaria e parziale, ovviamente, ma fa inserire la scelta che stiamo per fare tra i nove candidati in campo domenica in un quadro “storico” su cui riflettere. Questa è una Genova diversa da quella dalla quale siamo partiti del sindaco socialista Cerofolini. Sembra ripiegata, dimessa, quasi rassegnata. Ma ha nuove possibilità, mutazioni in corso, scommesse su cui puntare e una tradizione civica da non tradire. Come la storia può ricordare.

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