IL COMMENTO

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Genova e le decisioni sbagliate di una classe politica ignorante

di Luigi Leone

venerd́ 19 maggio 2017
Genova e le decisioni sbagliate di una classe politica ignorante

C'è un punto che colpisce particolarmente dell'intervista con cui, a Primocanale, il direttore di Nanotecnologie Alberto Diaspro difende l'Iit e i finanziamenti ad esso destinato. È quando afferma: "Chi deve decidere, prima di farlo si documenti". Il sottinteso neanche troppo sottinteso è che a proposito dell'Istituto italiano di tecnologia circoli troppo ignoranza anche fra coloro che, in sede parlamentare, ne hanno in mano il destino.

Caro Diaspro, lei ha ragione per quanto riguarda l'Iit e anche a più ampio raggio. Sia in sede nazionale, sia in ambito locale. Pone, cioè, un problema che va dritto dritto a toccare una delle questioni principali di questi anni. Forse, "la" questione: la qualità della classe dirigente italiana. E di quella politica ancora più in particolare.

Per rimanere alle cose genovesi. Che cosa bisogna pensare quando il presidente dell'Autorita' portuale - era Luigi Merlo - senza alcun timore se ne esce affermando: "Servirebbe un ministero dei porti, perché ai Trasporti esiste un livello di incompetenza non più sopportabile. Troppo spesso, in quel dicastero parlano di banchine senza sapere di che cosa parlano". Non dev'essere un caso che una volta dismessa la carica locale, Merlo sia stato chiamato proprio in quel ministero da Graziano Delrio: che essendo stato un (apprezzato) sindaco ben conosce la delicatezza dell'argomento conoscenza-competenza.

Volendo rimanere sui temi nazionali, mi chiedo che razza di informazioni abbia preso o avesse l'allora premier Matteo Renzi, quando ha fintamente deciso di abolire le Province e quando ha stabilito che le partecipate andassero in gran parte chiuse. Al di là dei limiti fissati sui fatturati, lui o qualcuno per lui non si è minimamente posto il problema del destino di strade e scuole affidate alle Province o ha riflettuto sulla sorte delle migliaia di dipendenti che stanno nelle partecipate.

Avanti coi carri, invece, cavalcando l'onda del populismo più becero. O dei luoghi comuni imposti da un certo mercato, che in Borsa premia i licenziamenti. Così ecco la Buona Scuola, catalogata in tal modo sol perché i docenti del Nord venivano spostati al Sud, e quelli del Sud al Nord, secondo la regola tipica della "ammuina". Un gran polverone per dare l'idea di fare qualcosa, anzi molto, senza fare niente. Salvo giocare sulla pelle delle persone e delle famiglie.

Questa ignoranza, nel senso latino del termine, che troppo spesso accompagna la classe dirigente, in primis quella politica, si sublima a livello locale. Quanti assessori e consiglieri comunali si sono informati, ad esempio, quando hanno deciso che Genova non avrebbe avuto un impianto per lo smaltimento dei rifiuti? Nessuno ha preso notizie sulle conseguenze, che oggi vediamo in tutta la loro drammaticità. Eppure sarebbe bastato poco per leggere il futuro.

Anche la campagna elettorale in corso mostra questo limite. Si procede per slogan e secondo posizioni preconcette, imponendo a livello locale teoremi elaborati in generale su scala nazionale. Un esempio basti per tutti: i Cinquestelle hanno ragione quando dicono che non si fanno grandi opere solo per l'interesse di pochi a realizzare i guadagni che stanno intorno ad esse.

Ma se una città, Genova, e una regione, la Liguria, sono quasi isolate dal resto del mondo, magari hanno il diritto a non vedersi applicare quel teorema, che diventa molto ideologico se non corroborato dalla realtà dei fatti. E nessuno si azzardi a portare cifre a supporto di certi ragionamenti. Anche i numeri, purtroppo, vengono sbandierati e spesi in modo strumentale. Non valgono per quel che dovrebbero valere. Difatti, siamo di fronte a una classe dirigente che dà i numeri, non che sa leggerli e trarre da essi le necessarie ispirazioni.

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