IL COMMENTO

Ecco perché il compagno Claudio è il principale responsabile della disfatta a sinistra

"Farete una brutta fine", ma l'anatema di Burlando si è abbattuto sul Pd

di Andrea Scuderi

mercoledì 28 giugno 2017

La disfatta della sinistra emersa dalle elezioni comunali impone una ricostruzione di quello che è accaduto negli ultimi anni a Genova e in Liguria.

Ci sembra giusto ricordare, in particolare al partito democratico, che Primocanale tre anni fa, aveva assunto una posizione netta che oggi si è rivelata lungimirante. Avevamo sostenuto con forza che Claudio Burlando stesse governando male la Regione Liguria e che stava tentando di costruire un sistema di potere che avrebbe voluto gestire dall'esterno una volta terminato il secondo mandato. Per questo aveva imposto la candidatura alla Presidenza della Regione di Raffaella Paita. Una candidatura forzata e contestata dall'interno e che anche noi avevamo duramente criticato, non per la persona scelta, ma per il metodo utilizzato, avallato peraltro da Matteo Renzi e da Luca Lotti con il tramite di Oscar Farinetti.

Il tutto culminò con una frase pronunciata da Burlando e diretta a Primocanale: "Favete una bvutta fine", bofonchiò con aria di sfida al giornalista che poneva domande sulla gestione della nota alluvione del 2014. Un anatema che ci fece riflettere.

Renzi, allora ancora rottamatore, fece un'eccezione e nonostante l'età si affidò al compagno Claudio scegliendolo come suo rappresentante di fiducia in Liguria. Renzi puntò su Burlando, il più comunista, ex dalemiano, ex bersaniano che in modo opportunistico tradì la sinistra, anche grazie all'intercessione di Farinetti, grande sostenitore del Matteo nazionale.

Fu così che in Liguria il Pd andò in frantumi e quella scelta miope travolse il partito anche a livello nazionale. Sergio Cofferati si schierò contro Raffaella Paita, poi arrivarono le pesanti contestazioni sul voto dei cinesi e le primarie taroccate, lo stesso Cofferati lasciò il partito, seguito da Luca Pastorino ed altri che non accettarono il diktat che li avrebbe emarginati e reso irrilevanti all'interno del partito. Da allora le scissioni si sono moltiplicate: la crisi del Partito Democratico di Renzi è partita da Genova, dalla Liguria e si è prorogata in tutto il paese. Per poi avere il suo effetto più devastante proprio a Genova (e alla Spezia) con le ultime amministrative.

D'altra parte le rivoluzioni spesso partono proprio da Genova: dai momenti più gloriosi a quelli più tristi e drammatici, da Mazzini alle Brigate Rosse, fino al G8, ci sono decine di esempi, più o meno importanti, che hanno visto Genova anticipare fenomeni politici, rivolte, casi divampati a livello nazionale e internazionale. Forse perché è nella natura di Genova e dei genovesi, talvolta in ombra, dimenticati. Ma qui cova il malcontento. Poi esplode e arriva in tutta Italia.

Tornando agli ultimi fatti del partito democratico e alle posizioni di Primocanale, avevamo sostenuto che sarebbe stato necessario andare al voto a Genova lo scorso anno, con Milano e Roma. Le comunali avrebbero avuto una visibilità nazionale e la città avrebbe potuto avere addosso i riflettori del paese. Lo abbiamo sostenuto anche perché volevamo togliere dall'agonia la città: sotto la regia del sindaco Doria, di cui non abbiamo condiviso l'idea di città del declino felice, sono mancate le scelte su Amt, Carlo Felice, Amiu, waterfront, Fiera, ma anche su come affrontare i problemi dei quartieri, dalla pulizia alla sicurezza, anche per la mancanza di una vera maggioranza che sapesse trainare il sindaco. Gli scontri interni al Pd, maturati proprio dalle regionali in poi, avevano aggravato la situazione che ha portato la giunta a non decidere, praticamente mai, sulle scelte strategiche della città.

Per dare una cura al Pd era stato inviato in Liguria anche il commissario David Ermini, persona perbene, che però, vista la situazione interna, non desiderava altro che concludere nel più breve tempo possibile la sua esperienza. In realtà restò a lungo, due anni, si accorse che la situazione era molto peggiore di quanto potesse aspettarsi con la guerra tra bande che si alimentava senza mai arrivare ad una soluzione. Ermini sbagliò, ma, essendo uomo di fiducia di Renzi, probabilmente al termine della sua lunga permanenza ligure, segnalò al segretario che Genova era diventato un caso irrisolvibile, che l'unica soluzione era lasciarlo al suo destino. E in effetti, in quei giorni, un noto esponente del Pd disse che per la richiesta di tempo necessaria per ascoltare tutti e risolvere le diatribe dentro il partito, 24 ore al giorno erano troppo poche, era meglio investirle altrove.

Emerge anche un altro elemento che ha portato il Pd ai risultati di oggi: la totale assenza dei suoi due ministri che siedono al Consiglio (prima con Renzi, ora con Gentiloni) quasi vergognandosi di essere liguri, e infatti hanno pagato carissima la loro totale assenza dai fatti genovesi e spezzini, perdendo pesantemente nei loro territori.

Ma il principale responsabile dell'onda lunga che ha portato al disastro nel Pd, che ha travolto tutto e tutti, è sempre l'ombra di Burlando: nel suo apparente ritiro in campagna è sempre stato chiamato quando c'era da prendere una decisione: quella, per esempio, della delibera Amiu-Iren, fino alla scelta del candidato Crivello, a cui peraltro va dato il merito di aver accettato, mentre tutti gli altri scappavano, da Lorenzo Basso a Luca Borzani, e mentre si ignoravano le critiche aspre, ma fondate, degli oppositori interni, come quelle del filosofo Regazzoni.

Ora, comunque, il Pd ha perso tutto e tanti non sanno cosa fare domani, come sbarcare il lunario, professionisti della politica che contavano su un posto sicuro: dirigenti, ex consiglieri comunali, giovani che ambivano a passare dalla gavetta nel partito ad una seggiola nella sala rossa: ecco, per prima cosa, per il bene loro e del Pd, dovrebbero dimettersi tutti, compreso il buon Vito Vattuone, neo segretario regionale, un'altra persona giusta finita nel posto sbagliato. Tutti quelli che hanno avuto responsabilità evidenti, che hanno partecipato in questi anni al declino della città, che hanno più o meno direttamente partecipato al disastro politico, è bene che si facciano da parte.

È bene che si facciano da parte quelli che hanno isolato la città, perché la priorità erano le beghe interne, ma anche quelli che avevano una strategia precisa: isolare la città per proteggere il loro territorio, un feudo per politici ed imprenditori che dovevano impedire l'ingresso di nuovi possibili concorrenti interessati, magari, ad investire in Liguria e competere, portare occasioni di sviluppo in aree strategiche, nel porto come in altre zone. Questa mentalità chiusa ha prodotto, tra l'altro, anche l'involuzione del partito democratico, più in generale della sinistra genovese, fino al tracollo post elettorale del 25 giugno.

Mettetevi da parte, lasciate spazio ai giovani, ma fatelo veramente, senza stare sul collo e condizionare chi ha nuove ambizioni e vuole portare avanti un progetto politico serio. L'opposizione non deve essere per forza dura, come dicono alcuni sconfitti (quelli che devono farsi da parte). Deve essere intelligente e costruttiva, per il bene di una città che sta morendo, un'opposizione portata avanti da volti nuovi e non compromessi da beghe, interessi personali, giochi di potere e vendette. L'opposizione è una cosa seria, importante nel processo amministrativo e nella vita democratica di una città. Può essere determinata, ma soprattutto propositiva e costruttiva. Non può farla chi ha perso male le elezioni e anche la faccia da tre anni a questa parte. Questa opposizione intelligente potrà fare bene sia alla città che alla ricostruzione della sinistra. O del centro sinistra.

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