Sono sempre più frequenti i giorni nei quali mi domando perché ho fatto il giornalista.
Le risposte sono diverse: perché non so fare altro, oppure, perché mi piace viaggiare, o ancora, perché si conoscono molte persone.
Probabilmente per tutte e tre le cose insieme e per altre ancora.
Dopo trent’anni di professione (sono nato il 28 dicembre del 1947, Capricorno) ho gli stessi dubbi di allora, ma fortunatamente, anche lo stesso entusiasmo. Faccio il giornalista, l’ho fatto per trent’anni nei giornali, alla radio e ora in tv, perché mi diverto a cercar notizie. Come un cane da tartufi. E finché ci saranno le notizie avrò un buon motivo per dire: ho fatto il giornalista per questo.
Mio padre medico mi voleva, almeno, avvocato. Per farlo felice mi sono laureato in Legge. Gli ho consegnato la laurea e sono finito nella redazione del Lavoro, il vecchio quotidiano socialista diretto da Sandro Pertini. Poi sono passato al Giornale chiamato da Indro Montanelli a fare la cronaca sindacale e nel 1978 al Secolo XIX, allora diretto da quel grande maestro che era Michele Tito.
E qui ho fatto di tutto: cronista di nera, ospedali, brigate rosse. Poi la politica in consiglio comunale quando “regnava” il sindaco Cerofolini, poi il capocronista, poi il caporedattore della Cultura, l’inviato speciale e infine il vicedirettore.
La carta stampata profuma. Tutte le notti senti l’odore del giornale appena uscito dalle rotative come il pane.
La televisione è un’altra faccenda. Ti dà subito l’immagine, la cosiddetta popolarità, nel bene e nel male. Chi ti guarda o sta con te o schiaccia il telecomando e ti abbandona in un istante. La televisione è superficiale ma velocissima, non ha filtri e per questo può essere pericolosa.
Questa è la mia vita normale da giornalista.
Ma resto nonostante tutto un innamorato della carta stampata e allora scrivo libri. Su Genova e i genovesi, sul loro carattere e la loro storia, sui vizi e le virtù di questo popolo.
E la politica cerco di trattarla con il dovuto distacco, non rinnegandola perché tutto passa da lì, spiegandone i marchingegni se possibile.
Guido, per fortuna, una bella squadra, di giovani che ci credono, liberi per fortuna, senza preconcetti ideologici, che provano tutti i giorni, fatto dopo fatto, a farsi una loro idea di quello che ci gira intorno.
E ho fatto a tutti una raccomandazione: quando vi accorgerete che sto rincoglionendo, avvertitemi subito.
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