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E insomma, malgrado qualche frenatina qua e là , il viaggio prosegue senza troppe scosse. Il pareggio esterno di Olbia, pur corredato da qualche scampolo di rimpianto, è di per sé imparagonabile al ruzzolone dell’Alto Adige a San Bonifacio piuttosto che allo zero a zero casalingo del Feralpi con la Prosesto. Detto di un Rodengo e di un Alghero che si sono annullati a vicenda e di un Pavia salvo con qualche affanno a Villacidro, non resta che tirare a sorte per individuare l’avversaria davvero più accreditabile per tener testa agli aquilotti. Proiezioni e numeri rimandano a un tris di nomi: Sudtirol, perché dal vivo è apparsa formazione quadrata, fisicamente dotata e perché ci affronterà in casa sua nello scontro diretto di ritorno. Così il Rodengo Saiano, che contrariamente agli atesini ha però dalla sua il risultato dell’andata, quando Lazzaro & c. si suicidarono con un rigore sbagliato e fulminanti ripartenze avversarie. Il Feralpi, poi, non fosse altro perché ci affronterà nell’ultima giornata tra le mura amiche e perché è forse la squadra uscita dal mercato di riparazione un po’ più attrezzata rispetto alle altre nostre rivali. L’obiettivo è giungere a quella gara almeno con l’attuale vantaggio (4 punti). Escluderei dunque dal lotto l’Alghero e il Pavia, che affronteremo al Picco e che esibiscono un rendimento troppo altalenante, e il Legnano, ammirevole e commovente per dedizione alla causa ma troppo incasinato societariamente. Il mese di marzo, al di là di tutto (Mezzocorona e Pavia in casa, Rodengo Saiano fuori) promette di far ulteriore selezione. Che dite voi?
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Sono profondamente convinto che titoli come quello inalberato stamane in alto a sinistra sull’edizione spezzina di un noto quotidiano genovese facciano il male dello Spezia, anziché alimentarne la crescita. Non che io sia tendenzialmente contrario all’entusiamo. Anzi, lo considero quasi sempre cibo e carburante necessario allo sport, qualunque esso sia. Senza entusiasmo, senza obiettivi è difficile navigare, se non a vista e perciò con rotta assai malcerta. Ma sparare un “In A entro 5 anni” e poi nell’interno “Entro cinque anni sfida col Genoa” non credo renda un buon servizio all’intelligenza dei lettori, e dunque dei tifosi. E sapete perché? Semplicemente perché Gabriele Volpi quelle frasi non l’ha mai dette. Immagino che un virgolettato avrebbe il dovere di riportare quanto testualmente affermato: sappiamo che non è così, tuttavia lo stravolgimento delle dichiarazioni è altra cosa e avendo avuto modo di seguire l’intera conferenza stampa del presidente aquilotto posso tranquillamente smentire che abbia detto quelle cose. Volpi, co0me peraltro riportato all’interno dell’articolo in questione, ha semplicemente confermato l’intenzione di continuare a investire nello Spezia, sostenendo che, per certi versi, la serie B è più semplice della Lega Pro; che il programma iniziale (C1 in 5 anni) potrebbe essere ampiamente anticipato (tocchiamo ferro) e che quindi un nuovo programma a medio-lunga scadenza per migliorare ancora è alle viste, con disponibilità di risorse; che ha intenzione di intrecciare collaborazioni tecniche e sinergiche con club di massima serie (sull’Inter fossi in lui glisserei. I tifosi non hanno dimenticato); che nel rispetto di un miglioramento del progetto “chissà , un domani magari lo Spezia potrebbe anche tornare a giocare con il Genoa”. Questo hanno sentito le orecchie di chi c’era. Creare aspettative sproporzionate può trasformarsi in un boomerang pericoloso, come insegnano episodi e periodi più o meno freschi e molto dolorosi. E sono boomerang che quasi mai tornano al lanciatore, bensì all’oggetto trattato dal lanciatore. Mi fa molto piacere che Volpi abbia deciso di proseguire nel suo impegno intrapreso circa diciotto mesi fa, che dichiari in modo netto e deciso come la disponibilità a impiegare risorse non lo spaventi, così come mi allieta il suo proposito di venire più spesso al Picco, anche se per la verità non ci ho mai perso il sonno. Da qui a titolare “Spezia in A entro 5 anni” - ne converrete - ce ne passa.
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Apprendendo la notizia dell’esonero di Ivo Iaconi a Reggio Calabria mi sono venuti in mente i giorni che hanno preceduto l’arrivo di D’Adderio. Ci avessero detto dell’ingaggio di Iaconi, che tuttavia era in bazzica per sedere su questa panchina, avremmo fatto i salti di gioia, mentre il mesto annuncio dell’avvento dell’attuale mister ci aveva gettati nella depressione. Chiaro, magari Iaconi avrebbe fatto ancor meglio di D’Adderio, non possiamo saperlo. Però sarebbe costato 3-4 volte tanto comportando gli stessi rischi: quelli cioè di una categoria da troppo tempo non frequentata e sicuramente mal sopportata. Questo col senno di poi. Quanto basta, però, per farmi prendere atto (comunque finisca questa stagione, e spero bene) di come da qui in avanti sia opportuno guardarmi bene - non una, ma cento volte - dal formulare giudizi affrettati, superficiali, mutuati dai curriculum internettiani. Sulla soglia dei 55 anni mi accorgo una volta di più che il calcio è alchimia, lavoro, e valori, certo, tecnici e morali, perché senza quelli non vai lontano. Ma solo quando tutte queste cose si assommano e si mescolano fra loro al meglio, e la chimica ha il sopravvento, nascono storie di segno positivo come quella alla quale stiamo assistendo, ripeto, fino a questo punto e senza che ci siano segnali che questo possa volgere in peggio da qui alla fine. In tal senso abbiamo, credo, capito da tempo che non poteva capitarci allenatore migliore che Fulvio D’Adderio. Quello al quale il giorno del suo arrivo fu sbattuto davanti un foglio con il suo palmarès e i suoi trascorsi calcistici, con tanto di corredo fotografico e multimediale. Quello al quale mi sentii, come prima domanda di chiedere: “Cosa risponderebbe a chi le imputa un curriculum così, non esattamente da vincente?”. Lui si limitò a dire: “Che io non sono un vincente ma che sono invincibile. Perché so sempre rialzarmi”. Chissà se è davvero così. So solo che di queste lezioni ne imparerò ancora molte, e spero siano davvero tantissime. Anche nel calcio, dove quello che oggi è vero domani è già dimenticato.
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Non succedeva da quell’aprile che sappiamo, e sono ormai quattro anni. Dopo quasi millequattrocento giorni lo Spezia è di nuovo lì, a guardare tutti dall’alto, su quel monticello innevato ed esposto ai venti che è la vetta del girone di una categoria ancora molto piccola ma che ricorderemo sempre, da qui in avanti e comunque vada a finire, di aver scalato con fatica e da campi base inimmaginabili. Abbiamo avuto tutti la sensazione di non possedere né gli scarponi, né i rampini, né gli sherpa adatti per avventurarci là dove una naturale voglia di ambizione sembrava volerci spingere. Poi è successo e adesso viene il bello, perché questa bandierina piantata in mezzo alla neve, che ha da sempre i nostri stessi colori, dobbiamo meritarcela e difenderla anche da qui a quando verrà il disgelo e poi il caldo, e con loro la resa dei conti finale. Ma è già bello poter pensare, a metà fra la fantasia e l’aritmetica, che se da oggi in poi le vincessimo tutte nessuno, come cantavamo una volta - prima che un altro più grande sogno ci rapisse - , potrebbe toglierci la C1. O come si chiama adesso. “Vinciamole tutte” è allora soprattutto un volo pindarico, impossibile e irreale ma è anche come dire che quel punticino ci dà da ieri un privilegio caldo, rassicurante. Quello di avere il destino nelle nostre mani e non, come insegna un recente passato, di dover dipendere dalle disgrazie degli altri. Buon soggiorno lassù, caro aquilotto.
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Ieri ho visto “Avatar 3 D”. 2 ore e 40 minuti di pura astrazione dalla realtà , immerso in uno strabiliante film che - sotto le mentite spoglie della fantasia e della futuristica immaginazione - della realtà semplicemente rappresentata parla invece molto e in modo sublime. Ho assaporato la storia del viaggio bellico dei terrestri sul pianeta Pandora per i consueti interessi parecchio umani legati all’avidità e al possesso, alla colonializzazione intesa come potere assoluto sugli esseri (gli alieni) e sulla natura per rubarne le fonti di energia. Salvo poi esserne ricacciati non solo dalle forze intelligenti dei nativi ma anche dalla natura stessa, fatta di fauna, flora e puro spirito. Mille metafore per raccontare una favola antica e post-moderna che qualche cervellotico recensore ha voluto dipingere come “banale” o “destinata alle masse”, quasi quest’ultima fosse una colpa o un peccato di semplice revisionismo cinematografico da parte di “Jim” Cameron. Non vi appaia eccessivamente OT questa mia premessa. La ancor recente e dolorosissima storia dello Spezia ha visto distrutto il nostro “Albero-Casa”, il tempio virtuale e secolare della nostra tradizione sportiva sotto i colpi dei bulldozer di una gestione scellerata che prima ci ha consegnato la serie B e poi - complici il destino e nefandezze abbondantemente spalmate su gran parte del nostro tessuto economico, politico e dirigenziale - ci ha affossato ricacciandoci oltre i confini del professionismo. Domando, persino, la ribellione di un intero popolo sportivo, che aveva a lungo combattuto per la propria sopravvivenza e addirittura contro ogni logica. Ma poiché parlando di calcio alla fine il nostro popolo sa sempre risorgere, ecco che l’avido nemico, il nostro passato prossimo, dopo le dure stagioni della rabbia e del disorientamento, ha dovuto battere rassegnato in ritirata, lasciandoci qui. Ancora mezzi svestiti e feriti, senza ancora una casa sicura come la nostra dignità reclama, esattamente come il popolo Na’vi, che giorno dopo giorno è tornato a reclutare le proprie legioni, certo che tutti, alla fine, sarebbe stati lì, a fronteggiare il proprio futuro a testa alta. Non ritroveremo mai più le radici del nostro calcio di un tempo, ormai morto e sepolto sotto l’assalto delle truppe di un oggi che vuole, esige un calcio di plastica, refrattario alle emozioni e all’incorruttibilità del tempo che dovrebbe animarlo, al senso stesso di un calcio che sempre più DEVE sottrarre risorse e fonti di energia, avocandole a se stesso e ai propri palazzi. Non saremo mai più quei nativi che scendevano in piazza per difendere la propria idea di Spezia, un’idea lunga oltre cento anni che aveva il suono, il ruggito di una giungla di cemento chiamato Alberto Picco. Quell’idea è forse morta per sempre assieme alle macerie del nostro albero-casa. Ma possiamo essere almeno Avatar, la dimensione stessa dello Spezia può essere l’Avatar di quell’idea. Possiamo guidare quegli altri noi che da un anno e mezzo a questa parte siamo diventati con la ragione dell’uomo ma con i passi di un popolo che ha l’istinto dell’animale che lo rappresenta. Possiamo essere almeno Avatar, alla fine, e cavalcare la grande aquila non alla conquista, ma alla difesa di qualcosa. Che sia il nostro pianeta Pandora o altro, possiamo solo immaginarlo. Ricordandoci che “Avatar”, in fondo, racconta di una grande storia d’amore.
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Il dibattito è aperto. Cosa serve a questa squadra per avere la ragionevole certezza tecnica (variabili del destino a parte) di vincere il campionato di Seconda Divisione? All’analisi va messo in testa un fattore: lo Spezia ha subìto tre soli gol nelle ultime otto partite (due su palla inattiva e una clamorosa autorete), mentre va anche detto che quasi tutto il raccolto di questa striscia di risultati positivi è stato ottenuto senza l’apporto dell’unico attaccante fino a non molto tempo fa ritenuto per caratteristiche tecniche di seconda punta insostituibile, cioè Moro. Ribadito infine che niente di ciò che di positivo combinano difesa e centrocampo può chiamar fuori l’apporto del centrocampo, e proiettandoci al netto di quello che sarà il mercato in uscita, aspetto le vostre considerazioni.
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Ricorrenze. Corsi e ricorsi storici. Dieci anni, sono passati, da una delle partite maggiormente impresse nell’immaginario collettivo dei tifosi spezzini, al di là della categoria in cui quella gara si disputò: curiosamente la C2, che qualcuno ora ha deciso di chiamare seconda divisione ma è lo stesso. Dieci anni fa Spezia-Alessandria 2-1. Pioggia. Fango. Passione. Bandiere. Emozioni e fragore di boati da mandare a memoria. Rievocare le sensazioni di quel pomeriggio - 19 dicembre 1999 - è quasi impossibile, tanto furono consequenzialmente e un po’ crudelmente ma anche tanto stupendamente architettate dal dio del calcio in servizio effettivo di allora. Se dico Montrone, Zaniolo, Carlet, Scazzola, Rubini, può sembrar nulla e invece è tutto, ma tramite un copione così folgorante e perfetto da dover piacere ai maestri del thrilling. Restituirne intatte le sensazioni, dicevo, è proibilitivo. E allora tanto vale aggrapparsi ai numeri, ai ricorsi storici, appunto. 19 dicembre 2009: un altro 2-1, assai meno epico e partecipato, ma in qualche modo accomunante al big match di fine millennio, consegna allo Spezia il primo posto del girone A. In coabitazione con tre squadre, d’accordo, virtualmente 4 se il Pavia farà il pieno nel recupero a gennaio, ma comunque in cima, come mai era successo neppure in serie D, la passata stagione, quando l’unica vetta concessa fu quella al lordo dei recuperi di campionato della Biellese, rimasta irraggiungibile lepre. Le analogie si fermano a pochi fattori. La data. La conquista della prima piazza da parte di due squadre molto diverse: corazzata l’una, squadra forte e finalmente consapevole l’altra, amata alla follìa l’una, prima ripudiata e poi riscoperta solo di recente l’altra, tuttavia entrambe molto nostre. La successione dei gol (vantaggio avversario e poi rimonta degli aquilotti). Piccoli dettagli, importanti o casuali che però, fatta salva e ribadita l’incomparabilità dei due match - che videro da una parte seimila supporter bianchi presenti e stavolta solo una ventina di peones eroicamente imbucati - mi fanno respirare un’aria che allora mi, ci riempì i polmoni fin dall’alba di quella stagione. Un’aria di rinascimento, di inizio, di vaga e impalpabile consapevolezza di come da lì a qualche tempo (anche se attraverso lunghe, tortuose e ottovolantiche strade) sarebbe avvenuto qualcosa di meraviglioso, rivelatosi alla lunga magnifico e terribile. Ci sono voluti sette anni perché ciò si realizzasse, e tralasciamo il doloroso dopo, ma il profumo che si avvertiva in quel piovoso e freddo pomeriggio dicembrino era inequivocabilmente quello. Vorrei che lo stesso profumo, quello che mi pare di avvertire alla luce naturale di questa neve, e al bagliore artificiale di questi anni duemila che stanno per abbandonarci, lasciando spazio a un nuovo decennio, continuasse ad accompagnarci lungo la difficile strada della risalita da qui a un sogno ancora impercettibile ma che può germogliare da un giorno, da un attimo all’altro sotto questa stessa neve. Avevamo tutti dieci anni di meno, ma il dolce sapore di quel risveglio alla passione collettiva, che incontrava il novecento salutandolo per sempre e preparava col sorriso negli occhi un nuovo futuro, lo sentiamo ancora in bocca.
 Buon Natale, amici miei.
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“Complimenti doverosi a chi ha organizzato l’iniziativa per Chiara; sarebbe bello che anche la società partecipasse in qualche modo, magari devolvendo l’incasso della prossima partita casalinga.”
 Come spesso accade parto da un vostro post, in questo caso quello di Mattia sul precedente articolo, per sviluppare un pensiero. Nel caso specifico scontatamente positivo. L’iniziativa del Gruppo Bullone è bella e di sostanza, in quanto riesce ad andare “oltre” l’atto simbolico o la cosiddetta goccia nel mare, come direbbero quelli che cercano le pulci ovunque ma non fanno mai niente di concreto. Bravi, ragazzi. Tremila euro sono tanti e pochi allo stesso tempo, se rapportati all’urgenza del bisogno e del dramma di Chiara. Ma testimoniano una sensibilità che in questi nostri giorni frettolosi e spietati, spesi molto spesso nel ridicolo ballottaggio delle idee e delle contrapposizioni, brilla come una stella nel cielo di dicembre. Ovviamente mi associo a quanto auspicato da Mattia: che cioè la società decida di contribuire in solido a questo tam tam di solidarietà ed affetto. Sarebbe un ulteriore, importante e vicendevole gesto di comunanza.
 Un sereno Natale a te e alla Tua famiglia, Chiara.
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Stamane ho ricevuto da un’amica un sms dove azzardava che la metamorfosi in seno alla squadra possa aver avuto origine anche dal nuovo schieramento difensivo. Che, sia chiaro, è a 4 dall’inizio del campionato, ma che a partire dalla gara interna contro la Probelvedere Vercelli presenta la “strana” coppia Salvalaggio-Scantamburlo. Ebbene l’sms in questione mette bene in evidenza come l’assortimento fra i due centrali sia certamente maggiore rispetto alla coppia titolare Milone-Buscaroli. E il riferimento rischia di andare addirittura oltre il valore dei singoli. Salvalaggio, professionista esemplare di provata esperienza, sta dimostrando che almeno in C2 può dare ancora il bianco a molti. Quanto a “Scanta”, reduce da una prima parte della stagione sottotono come esterno di difesa o centrocampo, ha saputo “riciclarsi” al meglio nel ruolo di stopper aggiunto possedendo valori di rapidità di esecuzione nel breve e capacità tecniche che altri, nel reparto, non possono vantare. Dunque l’ibrido fra il “lungo” e lo “svelto”, affidando precipuamente e ovviamente le palle alte al primo e i recuperi piuttosto che le uscite palle al piede al secondo, si sta rivelando il pezzo forte di una difesa che - grazie anche alla costante applicazione di Cintoi ed Enow sulle corsìe esterne - ha subìto un solo gol nelle ultime 5 partite (mi sto già toccando, tranquilli). Una verità acclarata è poi come il centrocampo, con Herzan esterno mancino buona trovata e Capuano laterale destro ottima conferma) faccia un ben più equilibrato lavoro di filtro e proposizione grazie all’impiego di due centrali di ruolo adatti alla 4 più che al rombo, specie Del Padrone. Fa piacere che il risveglio delle aquile sia avvenuto ben prima che Ferrarese e Vargas abbiano avuto modo di mettere scarpino in campo. Con loro D’Adderio (complimenti mister) avrà soluzioni in più ma già un background che ne renderà più omogeneo l’inserimento. L’essenziale sarà in questo buon momento non dar nulla per scontato e non prendere neppure un refolo di vento alla leggera, cominciando dagli apparentemente più agevoli impegni delle prossime settimane. Questa squadra è rinata nel lavoro, nella coesione, nel profilo operaio. E in quel solco deve rimanere.
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Il futuro, fuori da ogni illusione ma anche da qualsiasi scoramento via via direttamente correlato ai risultati o alla classifica, si gioca tra qui e la fine di gennaio. Perché è vero che i campionati si decidono a primavera, ma è altrettanto appurato come prima, assai prima, specie se la stagione non è inziata nel modo desiderato, serva porre le premesse perché questo avvenga. Che tradotto in termini concreti significa continuare suila strada dell’umiltà per quanto attiene alla squadra. Giacché l’umiltà produce fame e allora, se si posseggono i mezzi, procurarsi il cibo non solo è possibile, ma assai probabile. Il discorso investe direttamente la società , che si sta muovendo sul percorso tecnico con rinforzi da valutare sul medio periodo e che a gennaio necessiteranno di integrazioni in entrata e uscita. Il riassetto societario è altra cosa, per certi versi ugualmente necessario ma più nei comportamenti, nei fatti, negli atteggiamenti come nella volontà e nel modo di porsi. Anche qui - diciamo - un passo rapido ma efficace alla capiente fontana dell’umiltà non rischia di guastare.