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…Esattamente come pensavo ieri, ancora prima che il match cominciasse, e Giove Pluvio la mandava giù che era una meraviglia per tutti gli esseri anfibi dell’universo mondo, ma non per me e per gli altri quattromila e rotti del Picco. Sereno, ero, tuttavia, in ragione di una strana leggerezza d’animo che mi faceva già prendere con filosofia, con novanta minuti abbondanti d’anticipo, l’eventuale pareggio che il campo da waterpolo parato di fronte ai nostri occhi minacciava di partorire (parto in acqua, ovviously). Alla vittoria dell’Alto Adige nemmeno a pensarci… E invece questo Pavia-monstre così abile e costante a frantumarli pesantemente solo quando gioca con lo Spezia, mai quando servirebbe, ci ha lasciato lo zampino. Ma il mio stato d’animo, dicevo, era improntato alla massima disposizione di quell’arrendevole movimento che è l’accettare. Se è destino che dobbiamo fare i playoff, mi dicevo, e allora facciamoli e non se ne parla più. Anche mentre i due centrali dell’Alghero giocavano a badminton con Cesarini, il pallone e le tibie mulinavano allegramente - nautici - sotto gli occhi divertiti del fischietto britannico d’imitazione Cervellera (il nome e l’organo di derivazione sono di pura fantasia), vagavo con la mente, incazzato come una jena ma leggiadro nel cuore, tra le caduche promesse di una vittoria difficile da concepire e immaginare, sebbene perseguita con rabbia, e il destino ineluttabile delle forche caudine a noi più note e meno congeniali in assoluto: gli stracazzi (ooops!) di spareggi-promozione. Quello che vedevo in campo mi piaceva, dopotutto: vedevo personalità , convinzione, mentalità giusta, voglia di farcela. Ancora prima che la rampa del migliore capitan Vito facesse fiondare Beretta via via sull’out mancino, per poi crossare e veder decollare la spaccata destra di Alex Cesarini (il talento al potere) per farla planare dentro la rete, con corollario di un milione di goccioline di pioggia, ancora prima, dicevo, sapevo che quegli undici, quei diciotto, e quegli altri costretti in tribuna, avrebbero potuto farcela in qualunque momento. Persino in questo, forse. Ma non dipendeva solo da loro, purtroppo. Perché nel gioco di rimbalzo, nel caleidoscopio delle occasioni mancate e poi colte, degli incroci azzeccati e poi falliti, era uscito il numeretto dell’Alto Adige. Un punto, una miseria, un bruscolino. Pesantissimo, come dolorosamente sappiamo fin dal tramonto degli anni ‘80 e poi dopo, da una assurda primavera del 2002. Non c’è niente da maledire, né da buttare nel cespuglio delle ortiche: li faremo, questi playoff, perché agli asini che volano ci credo più poco da sempre, si può dire, e per niente da Treviso-Livorno in poi, con Alzano di contorno. Li faremo, dunque, e lasciatemi dire che se c’è un vero nume del calcio li vinceremo per quello che ho visto in mezzo a quel fango, per quello che ho letto in quegli occhi prima, durante e dopo, per le parole che ho sentito e per quelle non pronunciate. Per l’urlo che ho avvertito vibrare e allargarsi intorno a me a quel minuto 2 della ripresa, quando molti hanno creduto fosse una sinfonia e poi scoperto con rabbia essere solo un’ouverture. Perché il concerto che conta è sempre quello che deve ancora venire, almeno per noi è così da una vita, o quasi. Possiamo aspettare ancora un po’, non c’è dubbio, senza aver paura di un’ossessione, di una psicosi. La storia può cambiare in qualunque momento e un domani diverso - l’ha detto anche D’Adderio - è sempre dietro un angolo. Lo scopriremo presto.
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(tratto da “Repubblica” online)
Il club siciliano di seconda divisione, travolto dai debiti, ha rinunciato a giocare l’ultima gara di campionato. Molti atleti, sfrattati dai loro appartamenti, hanno trovato sistemazione in auto. La denuncia di Campana: ‘’La normalità ormai è rappresentata da società che pagano gli stipendi con sei mesi di ritardo'’.
Quanto sopra, da una parte per prendere atto ed evidenziare una una volta di più in quale crisi versi il calcio italiano, e quello di seconda, terza, quarta ed ennesima fascia in particolare. Con tutta la (dovuta) solidarietà possibile. Dall’altra per avvicinarci alla sfida decisiva con l’Alto Adige con maggiore serenità , visti certi chiari di luna.
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C’era una volta una squadra che giocava un calcio tutto sommato bello, piacevole, lineare ma efficace, che molti giudicavano già da categoria superiore. Ora c’è una formazione che sembra averne davvero poca nelle gambe e nella testa, come se la prolungata rincorsa e la sua onda lunga avessero svuotato, azzerandone il livello, il serbatoio delle energie psicofisiche. C’era una volta uno Spezia che segnava con continuità , tanto che fino alla gara in notturna contro il Pavia soltanto due volte era rimasto a bocca asciutta. Adesso siamo qui, a contare tre partite di fila in cui il numero delle opportunità da rete costruite è appena superiore a quello dei gol fatti (zero). C’era una volta un bomber che non era mai mancato, almeno in questa stagione: ora mancherà fino e dopo il 9 maggio, anche nelle eventuali e malaugurate appendici di torneo, cui nessuno di noi vuole ancora pensare ma che rappresenterebbero comunque una subordinata opportunità di promozione. C’era una volta una rosa ampia, assortita, quasi sovradimensionata per la categoria. Adesso ci accorgiamo che, tra lungodegenti, altri che si allenano a singhiozzo per piccoli-grandi guai fisici, gente stanca, elementi sottotono od altri che arrivano da periodi di inattività l’organico sembra quasi ridotto all’osso, nel numero come nelle forze e nella condizione. E c’erano le speranze, tante e fondate nelle prerogative, che questa squadra giusto a primavera potesse e dovesse decollare difinitivamente proprio perché leggera nella sua costituzione. L’apparenza, speriamo solo quella, la vede arrancare come alla ricerca di se stessa, con attaccanti superstiti raramente serviti e quasi niente ispirati, esterni di centrocampo a corto di fiato o evanescenti, mediani poco in palla e scarsamente costruttivi, tanto che spesso, dopo un primo tempo di tentativi di gioco palla a terra, la ripresa si esaurisce in una serie di lanci lunghi che spariscono nelle viscere delle difese avversarie. Il ribaltone globale, in attesa che la squadra si riabbia prima a livello mentale e subito dopo fisico, semplicemente perché può farlo, il ribaltone globale dicevo prevede però anche altre coordinate, che riguardano le nostre avversarie. Ora il vento in poppa l’hanno loro, è vero, a partire da un Feralpi che non perde una gara da novembre ma che lotta anche contro la statistica, spesso implacabile, passando da un Alto Adige a sua volta assai discontinuo, come la larghissima sconfitta di otto giorni fa e il risicato successo sulla Villacidrese testimoniano. Per finire con un Alghero che ha ottenuto l’aggancio, sì, ma subìto anche una rimonta all’ultimo tuffo da parte del Pavia, beffa che, esattamente come nel nostro caso, può lasciare scorie. Ora sono loro, i cani diventati lepri, nel senso più apprezzabile dei termini, ad avere qualcosa da perdere, e lo Spezia può liberarsi dei propri fantasmi facendo appello a una forza morale che il tecnico D’Adderio, probabilmente a ragione, continua a proclamare viva e vegeta, pur riconoscendo senza troppi alibi il momento difficile. La nostra fortuna, o il nostro inferno, saranno gli scontri diretti: senza di quelli saremmo probabilmente già lì a parlare di playoff, perché da sempre, da troppo, sappiamo come vanno certe gare di fine stagione. Così, invece (e dipenderà solo da noi, da quanto sapremo essere più bravi dei nostri avversari), il ballottaggio è tra il tutto e il nulla, con gli stessi spareggi a rischio. Lo Spezia ha il destino nelle proprie mani e la certezza di doverlo sudare tutto, fino all’ultima stilla. Affascinante e terribile, no?
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Al di là del valore tecnico del giocatore, la cui assenza rischia di essere una pesantissima tegola per lo Spezia nei prossimi 6 turni di campionato, desidero rivolgere un grosso in bocca al lupo e il mio, nostro incoraggiamento a Nunzio Lazzaro, che ieri sera ha riportato la frattura scomposta dei processi trasversali di ben tre vertebre, come purtroppo evidenziato dalla tac alla quale si è sottoposto oggi. Per lui il campionato è praticamente finito, ma sono sicuro che i suoi compagni raddoppieranno l’impegno, le energie e faranno di tutto per vincere lo stesso questo campionato e dedicare a lui un successo di cui rimarrebbe comunque uno dei principali artefici. Ti aspettiamo, Nunzio!
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Difficile dire quanto di esatto ci sia nelle ultime due vittorie, entrambe per 3-1, dello Spezia. Il successo sul Mezzocorona era stato contrappuntato di sbadataggini ed errori spezzini, sprechi avversari e da un’evidenza: quella della forma scadente di qualche elemento. A Rodengo, per quanto narrano le cronache, è stata ancora una volta la qualità complessiva della rosa a fare la differenza, rendendo alla fine ragionevolmente meritata la vittoria degli aquilotti: dallo spirito di sacrificio di Lazzaro, ora attaccante davvero completo, alla voglia di Capuano, capace di estrarre dal cilindro perle stilistiche di rara bellezza. A chi dice che il centrocampista campano andrebbe impiegato con maggior continuità vanno ricordati i suoi recenti guai fisici e tuttavia, preso atto del suo straripante stato di forma, difficile che da qui in avanti D’Adderio possa fare a meno del dinamismo di Giovanni. Detto dei singoli, e di una difesa che in questi termini (Enow e Scantamburlo sui lati, Milone e Salvalaggio al centro) resta molto, molto perfettibile, osservo come il modulo (4-1-4-1 o 4-3-3 che si voglia chiamarlo) possa essere parecchio efficace in trasferta ma poco propronibile in casa, a meno che non si vogliano conferire direttive fortemente offensive ai due esterni Chianese e Ferrarese. Solo così, infatti, non si rischierebbe l’isolamento in avanti di Lazzaro, abnegato nel lavoro di sponda ma depotenziato nella sua funzione primaria, la rapacità in area di rigore. Il mister dovrà insomma lavorare di lima, da qui in poi, per equilibrare il mix, tenendo conto che col modulo di ieri in tre là davanti sono costretti alla panchina (e parliamo non di giocatori qualunque ma di Moro, Beretta e Cesarini), mentre il 4-4-2 va comunque rimodulato su una quadratura migliore rispetto agli sbandamenti notati otto giorni fa. Se poi parliamo degli effetti sulla classifica ebbene il successo bresciano assume connotati di importanza quasi fondamentale: scontro diretto era ed averlo saltato di slancio, pur con dose massiccia di sofferenza, conferisce sicurezza ed autostima (non certezze assolute) supplementari. Sosta salutare (si dice così, no?) adesso. Poi quattro gare da sfruttare fino all’osso (Pavia, Valenzana e Noceto al Picco, Probelvedere fuori). Tra 10 e 12 punti (l’inghippo è sempre dietro l’angolo) sarebbero credibile garanzia di promozione, considerando che le inseguitrici hanno in agenda qualche scontro diretto. La missione dev’essere aumentare il solco tra la lepre e i cani, al riparo dalle possibili sorprese delle ultime tre partite, altrettanti incontri ravvicinati con chi attualmente ci sta col fiato sul collo. 60-62 punti con 270 minuti da giocare sarebbero qualcosa in più di un trampolino verso il paradiso. L’unico possibile, per ora.�
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E insomma, malgrado qualche frenatina qua e là , il viaggio prosegue senza troppe scosse. Il pareggio esterno di Olbia, pur corredato da qualche scampolo di rimpianto, è di per sé imparagonabile al ruzzolone dell’Alto Adige a San Bonifacio piuttosto che allo zero a zero casalingo del Feralpi con la Prosesto. Detto di un Rodengo e di un Alghero che si sono annullati a vicenda e di un Pavia salvo con qualche affanno a Villacidro, non resta che tirare a sorte per individuare l’avversaria davvero più accreditabile per tener testa agli aquilotti. Proiezioni e numeri rimandano a un tris di nomi: Sudtirol, perché dal vivo è apparsa formazione quadrata, fisicamente dotata e perché ci affronterà in casa sua nello scontro diretto di ritorno. Così il Rodengo Saiano, che contrariamente agli atesini ha però dalla sua il risultato dell’andata, quando Lazzaro & c. si suicidarono con un rigore sbagliato e fulminanti ripartenze avversarie. Il Feralpi, poi, non fosse altro perché ci affronterà nell’ultima giornata tra le mura amiche e perché è forse la squadra uscita dal mercato di riparazione un po’ più attrezzata rispetto alle altre nostre rivali. L’obiettivo è giungere a quella gara almeno con l’attuale vantaggio (4 punti). Escluderei dunque dal lotto l’Alghero e il Pavia, che affronteremo al Picco e che esibiscono un rendimento troppo altalenante, e il Legnano, ammirevole e commovente per dedizione alla causa ma troppo incasinato societariamente. Il mese di marzo, al di là di tutto (Mezzocorona e Pavia in casa, Rodengo Saiano fuori) promette di far ulteriore selezione. Che dite voi?
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Sono profondamente convinto che titoli come quello inalberato stamane in alto a sinistra sull’edizione spezzina di un noto quotidiano genovese facciano il male dello Spezia, anziché alimentarne la crescita. Non che io sia tendenzialmente contrario all’entusiamo. Anzi, lo considero quasi sempre cibo e carburante necessario allo sport, qualunque esso sia. Senza entusiasmo, senza obiettivi è difficile navigare, se non a vista e perciò con rotta assai malcerta. Ma sparare un “In A entro 5 anni” e poi nell’interno “Entro cinque anni sfida col Genoa” non credo renda un buon servizio all’intelligenza dei lettori, e dunque dei tifosi. E sapete perché? Semplicemente perché Gabriele Volpi quelle frasi non l’ha mai dette. Immagino che un virgolettato avrebbe il dovere di riportare quanto testualmente affermato: sappiamo che non è così, tuttavia lo stravolgimento delle dichiarazioni è altra cosa e avendo avuto modo di seguire l’intera conferenza stampa del presidente aquilotto posso tranquillamente smentire che abbia detto quelle cose. Volpi, co0me peraltro riportato all’interno dell’articolo in questione, ha semplicemente confermato l’intenzione di continuare a investire nello Spezia, sostenendo che, per certi versi, la serie B è più semplice della Lega Pro; che il programma iniziale (C1 in 5 anni) potrebbe essere ampiamente anticipato (tocchiamo ferro) e che quindi un nuovo programma a medio-lunga scadenza per migliorare ancora è alle viste, con disponibilità di risorse; che ha intenzione di intrecciare collaborazioni tecniche e sinergiche con club di massima serie (sull’Inter fossi in lui glisserei. I tifosi non hanno dimenticato); che nel rispetto di un miglioramento del progetto “chissà , un domani magari lo Spezia potrebbe anche tornare a giocare con il Genoa”. Questo hanno sentito le orecchie di chi c’era. Creare aspettative sproporzionate può trasformarsi in un boomerang pericoloso, come insegnano episodi e periodi più o meno freschi e molto dolorosi. E sono boomerang che quasi mai tornano al lanciatore, bensì all’oggetto trattato dal lanciatore. Mi fa molto piacere che Volpi abbia deciso di proseguire nel suo impegno intrapreso circa diciotto mesi fa, che dichiari in modo netto e deciso come la disponibilità a impiegare risorse non lo spaventi, così come mi allieta il suo proposito di venire più spesso al Picco, anche se per la verità non ci ho mai perso il sonno. Da qui a titolare “Spezia in A entro 5 anni” - ne converrete - ce ne passa.
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Apprendendo la notizia dell’esonero di Ivo Iaconi a Reggio Calabria mi sono venuti in mente i giorni che hanno preceduto l’arrivo di D’Adderio. Ci avessero detto dell’ingaggio di Iaconi, che tuttavia era in bazzica per sedere su questa panchina, avremmo fatto i salti di gioia, mentre il mesto annuncio dell’avvento dell’attuale mister ci aveva gettati nella depressione. Chiaro, magari Iaconi avrebbe fatto ancor meglio di D’Adderio, non possiamo saperlo. Però sarebbe costato 3-4 volte tanto comportando gli stessi rischi: quelli cioè di una categoria da troppo tempo non frequentata e sicuramente mal sopportata. Questo col senno di poi. Quanto basta, però, per farmi prendere atto (comunque finisca questa stagione, e spero bene) di come da qui in avanti sia opportuno guardarmi bene - non una, ma cento volte - dal formulare giudizi affrettati, superficiali, mutuati dai curriculum internettiani. Sulla soglia dei 55 anni mi accorgo una volta di più che il calcio è alchimia, lavoro, e valori, certo, tecnici e morali, perché senza quelli non vai lontano. Ma solo quando tutte queste cose si assommano e si mescolano fra loro al meglio, e la chimica ha il sopravvento, nascono storie di segno positivo come quella alla quale stiamo assistendo, ripeto, fino a questo punto e senza che ci siano segnali che questo possa volgere in peggio da qui alla fine. In tal senso abbiamo, credo, capito da tempo che non poteva capitarci allenatore migliore che Fulvio D’Adderio. Quello al quale il giorno del suo arrivo fu sbattuto davanti un foglio con il suo palmarès e i suoi trascorsi calcistici, con tanto di corredo fotografico e multimediale. Quello al quale mi sentii, come prima domanda di chiedere: “Cosa risponderebbe a chi le imputa un curriculum così, non esattamente da vincente?”. Lui si limitò a dire: “Che io non sono un vincente ma che sono invincibile. Perché so sempre rialzarmi”. Chissà se è davvero così. So solo che di queste lezioni ne imparerò ancora molte, e spero siano davvero tantissime. Anche nel calcio, dove quello che oggi è vero domani è già dimenticato.
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Non succedeva da quell’aprile che sappiamo, e sono ormai quattro anni. Dopo quasi millequattrocento giorni lo Spezia è di nuovo lì, a guardare tutti dall’alto, su quel monticello innevato ed esposto ai venti che è la vetta del girone di una categoria ancora molto piccola ma che ricorderemo sempre, da qui in avanti e comunque vada a finire, di aver scalato con fatica e da campi base inimmaginabili. Abbiamo avuto tutti la sensazione di non possedere né gli scarponi, né i rampini, né gli sherpa adatti per avventurarci là dove una naturale voglia di ambizione sembrava volerci spingere. Poi è successo e adesso viene il bello, perché questa bandierina piantata in mezzo alla neve, che ha da sempre i nostri stessi colori, dobbiamo meritarcela e difenderla anche da qui a quando verrà il disgelo e poi il caldo, e con loro la resa dei conti finale. Ma è già bello poter pensare, a metà fra la fantasia e l’aritmetica, che se da oggi in poi le vincessimo tutte nessuno, come cantavamo una volta - prima che un altro più grande sogno ci rapisse - , potrebbe toglierci la C1. O come si chiama adesso. “Vinciamole tutte” è allora soprattutto un volo pindarico, impossibile e irreale ma è anche come dire che quel punticino ci dà da ieri un privilegio caldo, rassicurante. Quello di avere il destino nelle nostre mani e non, come insegna un recente passato, di dover dipendere dalle disgrazie degli altri. Buon soggiorno lassù, caro aquilotto.
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Ieri ho visto “Avatar 3 D”. 2 ore e 40 minuti di pura astrazione dalla realtà , immerso in uno strabiliante film che - sotto le mentite spoglie della fantasia e della futuristica immaginazione - della realtà semplicemente rappresentata parla invece molto e in modo sublime. Ho assaporato la storia del viaggio bellico dei terrestri sul pianeta Pandora per i consueti interessi parecchio umani legati all’avidità e al possesso, alla colonializzazione intesa come potere assoluto sugli esseri (gli alieni) e sulla natura per rubarne le fonti di energia. Salvo poi esserne ricacciati non solo dalle forze intelligenti dei nativi ma anche dalla natura stessa, fatta di fauna, flora e puro spirito. Mille metafore per raccontare una favola antica e post-moderna che qualche cervellotico recensore ha voluto dipingere come “banale” o “destinata alle masse”, quasi quest’ultima fosse una colpa o un peccato di semplice revisionismo cinematografico da parte di “Jim” Cameron. Non vi appaia eccessivamente OT questa mia premessa. La ancor recente e dolorosissima storia dello Spezia ha visto distrutto il nostro “Albero-Casa”, il tempio virtuale e secolare della nostra tradizione sportiva sotto i colpi dei bulldozer di una gestione scellerata che prima ci ha consegnato la serie B e poi - complici il destino e nefandezze abbondantemente spalmate su gran parte del nostro tessuto economico, politico e dirigenziale - ci ha affossato ricacciandoci oltre i confini del professionismo. Domando, persino, la ribellione di un intero popolo sportivo, che aveva a lungo combattuto per la propria sopravvivenza e addirittura contro ogni logica. Ma poiché parlando di calcio alla fine il nostro popolo sa sempre risorgere, ecco che l’avido nemico, il nostro passato prossimo, dopo le dure stagioni della rabbia e del disorientamento, ha dovuto battere rassegnato in ritirata, lasciandoci qui. Ancora mezzi svestiti e feriti, senza ancora una casa sicura come la nostra dignità reclama, esattamente come il popolo Na’vi, che giorno dopo giorno è tornato a reclutare le proprie legioni, certo che tutti, alla fine, sarebbe stati lì, a fronteggiare il proprio futuro a testa alta. Non ritroveremo mai più le radici del nostro calcio di un tempo, ormai morto e sepolto sotto l’assalto delle truppe di un oggi che vuole, esige un calcio di plastica, refrattario alle emozioni e all’incorruttibilità del tempo che dovrebbe animarlo, al senso stesso di un calcio che sempre più DEVE sottrarre risorse e fonti di energia, avocandole a se stesso e ai propri palazzi. Non saremo mai più quei nativi che scendevano in piazza per difendere la propria idea di Spezia, un’idea lunga oltre cento anni che aveva il suono, il ruggito di una giungla di cemento chiamato Alberto Picco. Quell’idea è forse morta per sempre assieme alle macerie del nostro albero-casa. Ma possiamo essere almeno Avatar, la dimensione stessa dello Spezia può essere l’Avatar di quell’idea. Possiamo guidare quegli altri noi che da un anno e mezzo a questa parte siamo diventati con la ragione dell’uomo ma con i passi di un popolo che ha l’istinto dell’animale che lo rappresenta. Possiamo essere almeno Avatar, alla fine, e cavalcare la grande aquila non alla conquista, ma alla difesa di qualcosa. Che sia il nostro pianeta Pandora o altro, possiamo solo immaginarlo. Ricordandoci che “Avatar”, in fondo, racconta di una grande storia d’amore.