Di cosa parliamo quando parliamo di amore
Il dolore. La commozione. La sofferenza. Il dramma. Ma soprattutto l’amore che può legare due persone in maniera indissolubile fino alla morte. Si intitola non a caso semplicemente ‘Amour’ il film di Michael Haneke che ha meritatamente vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes del maggio scorso. Un viaggio all’interno dei sentimenti di due persone che emoziona e commuove perché filtrato da una macchina da presa pudica e perfino timida nel rappresentare l’angoscia e la pena attraverso un racconto realistico e dettagliato, crudele e spietato. Protagonisti Anna e George, una vecchia coppia borghese parigina, entrambi al di là degli ottant’anni, insegnanti di musica in pensione di ottima cultura, nel loro campo competenti e appassionati. Quando un...
Quando il dio denaro prende il posto dei sentimenti
Un film violento, crudele, spietato ma anche fortemente poetico contro il potere del dio denaro che sta distruggendo questo nostro misero mondo contemporaneo. Dopo una pausa di tre anni, seguita ad un incidente sul set di un suo film nel quale un’attrice ha rischiato di morire, e dopo due documentari, Kim Ki-Duk, tra gli autori simbolo della rinascita della cinematografia coreana, con Pietà torna al lungometraggio e sbanca Venezia vincendo meritatamente il Leone d’oro. Lo fa con una pellicola come sempre composita e fuori dagli schemi, protagonista un giovane che lavora in una delle zone più povere e degradate di Seul che campa riscuotendo a suon di violenza su un pugno di povera gente i crediti che vanta il suo datore di lavoro, un usuraio che fa impennare...
Visti per voi da Venezia 69, parte 1
Enzo Avitabile, music life di Jonathan Demme è un documentario musicale sull’opera del cantautore napoletano e, ecco, musicisti fantastici, per carità. Ma non è che sia scoppiettante, da vedere al cinema. Solo per appassionati. Ma Jonathan Demme per il momento è il premio solarità della mostra, e ho detto tutto. The reluctant fundamentalist di Mira Nair è classico, piacevole e secondo me molto carino. Parla di un ragazzo pakistano che va a studiare negli Stati Uniti e lì diventa analista finanziario, realizzando il “sogno americano”. Dopo l’11 settembre entra in contatto diretto con i lati più ambigui e contraddittori della società americana e decide di tornare in Pakistan per insegnare all’università, entrando suo malgrado...
La leggenda del cacciatore di vampiri, ovvero “rilassati, amico”
Non c’è niente da fare, mi conosco: se so che al cinema danno un film su Abramo Lincoln che fa fuori i vampiri a colpi di ascia, io prima o poi in sala ci finisco. E ci finisco pure con gli aborriti occhialetti 3D, senza fare una grinza proprio. Elenchiamo prima di tutto il motivo per cui una buona maggioranza di spettatori NON dovrebbe andare a vedere questo film: punto primo, Abramo Lincoln fa fuori i vampiri a colpi di ascia. Già questo dovrebbe scoraggiarvi abbastanza se non siete quel genere di persona che si emoziona leggendo una frase del genere (come invece la mente malata che vi sta scrivendo questa recensione). Secondo: siamo davanti a una delle peggiori sceneggiature di dialoghi della storia. Davvero. I protagonisti sembrano incapaci di dire una...
Manhattan, uomini e grattacieli
Mettiamo che uno se ne resta col suo bel ricordo di un film che gli piaceva dieci anni fa, e che poi una sera il film in questione gli viene voglia di rivederlo. È possibile che gli anni, la memoria e il diverso occhio di spettatore che avevi nel passato ti facciano strani scherzi. Vi capita mai? Ti ricordavi un capolavoro e poi si tratta di una noia intellettualoide bestiale. Ti ricordavi un action-movie banalotto mentre in realtà è appassionante e ben girato. E così via. Il caso di stasera, in un certo senso, è drammatico. Ho rivisto Manhattan di Woody Allen (1979): mi ricordavo una bella commedia romantica dolceamara, lieve, ironica e rilassante. E mi sono ritrovata in lacrime dopo la metà. Ma proprio lacrime da non respirare. Un pianto disperato, di...
Blade Runner, quello che non osavamo immaginare
“Ho visto cose che voi umani non osate neanche immaginare…” 30 anni fa Roy Batty l’androide di “Blade Runner” sussurrava per la prima volta in una sala cinematografica una frase che sarebbe stata ripetuta come un mantra nella cultura popolare dell’intero pianeta, un codice indistruttibile che in poche parole conteneva il messaggio più autentico di tutto il film e l’ansia più vera dell’umanità: chiedere la prova della propria autenticità per congiungersi all’eternità dell’Essere. “Blade Runner” è più di un film. E’ una di quelle rare opere artistiche che ispirandosi a sua volta a un geniale capolavoro letterario, in questo caso il romanzo di Philip Dick “Do the androids dream of electric sheeps?” aggiunge qualcosa in più...
Il ritorno degli uomini in nero
Nel 1997, quando è uscito il primo “Men in Black” (Barry Sonnenfeld), chi scrive si avviava con passo baldanzoso e gagliardo verso la matura età di dodici anni. Un ottimo momento per farti accompagnare al cinema da tuo fratello e adorare un film del genere: se la saga, nella sua ingenuità, ha un grande pregio, è un umorismo pop, leggero e ben scritto che diverte i “grandi” e i bambini. A patto di non prendersi troppo sul serio. Nel 2002 il secondo episodio delle avventure degli agenti K (Tommy Lee Jones) e J (Will Smith) contro i malviventi intergalattici aveva messo d’accordo pubblico e critica. Sul fatto di essere uscito maluccio, intendo. A distanza di dieci anni “Men in Black III” recupera invece parte della freschezza del primo film, grazie...


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